Zodiac Mindwarp & The Love Reaction: We are Volsung

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Attentatore delle virtù di schiere di sospiranti donzelle in cerca di una mezz’oretta di trasgressione celate nelle proprie linde camerette, il tatuatissimo Zodiac Mindwarp era solito esibire (?) i propri piercing, dei quali era dotato in sovrabbondanza con prevedibile disappunto da parte degli addetti ai metal-detector degli aeroporti che in nostro frequentava nell’aureo passato della band, esortando il pubblico a… strapparglieli di dosso! Di un suo concerto pare che un illustre collega dell’epoca, interrogato a tal proposito da un giornalista, si lasciò scappare un laconico e desolato “… un manicomio…”, e non possiamo certo dare torto a questo testimonio di cotanta depravazione, a leggere le cronache d’allora. Con “High priest of love” e coll’album “Tattoed beat Messiah” (un modestissimo simpaticone il nostro Zodiac, eh?) mise a ferro e fuoco Albione e mezz’Europa, almeno dove riuscì a suonare. Poi The Cult del best-seller “Electric” (in comune avevano la passione per l’hard rock più sanguigno dei seventies e per l’attitudine da biker, esaltata dalla proposizione dell’ultra-classico “Born to be wild” che entrambe le band apprezzavano evidentemente), gli scipparono il valente bassista Kid “Haggis” Chaos, la successiva  fuga del batterista Slam Thunderhide che alla vita on the road preferì quella di… gogodancer, una naturale predisposizione all’ozio compositivo ed ecco che Zodiac e Cobalt Stargazer decidono per una onorevole ritirata, con buona pace di coloro che, Guns’n’Roses e Motley Crrrrue tra questi, li elevarono a modelli (di libertinaggio, of course). Rimase il ricordo della clip di “Prime mover”, con irruzione nel dormitorio d’un collegio femminile e diecine di fanciulle semi svestite che offrivano le loro grazie a questa masnada di zozzoni, dell’autoblindo che utilizzavano per le loro scorribande… e ben poco altro (non conto i ciddì che furono pubblicati dal ’91 al 2005, a parte forse “Hoodlum thunder” fiacchi e superflui). A.D. 2010, la chance di una reunion la si offre a tutti, potevano mai rifiutarla loro? Assoldati due degni compari quali il batterista The Cat ed il bassista Jack Shitt (i nomi dicon tutto…), buttate giù dieci canzoni testosteroniche al punto giusto, rinnovato il guardaroba e trovato un pub accondiscendente ove organizzare la photo-session di presentazione, ed ecco che We are volsung scalda i motori della vecchia Harley (di seconda mano…) e torna a mordere l’asfalto. L’attitudine è la stessa, il sudiciume che incrosta testi, riffacci e truonituante drumming pure, solo che stavolta si favella di… Vichinghi! Boh, forse Zodiac si riferisce ai Berzerker… In mezzo ad anthems da stadio quali “Stark Von Oben”, “Lucile”, “White trash” e spacconeria a volontà, un pezzo tira l’altro in un continuum sonico rozzo e poco accomodante, anche se, tirate le somme, tutte le canzoni infine s’assomigliano… Ma a Zodiac questo poi importa? Forse non troppo, in fondo un nuovo disco è solo un pretesto per tornare on the road. E l’autoblindo? Non l’avranno mica rottamato?

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