Bryan Ferry: Olympia

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L’annunziato posizionamento di forze e, sopra tutto, la presenza degli ex sodali Manzanera, Mckay ed Eno, con ovvii riferimenti alla primissima stagione targata Roxy Music, hanno contribuito ad alimentare grandi aspettative, e non poteva essere altrimenti, trattandosi di lui, nei confronti del nuovo parto artistico del crooner inglese. Che per il tredicesimo album solista ha voluto con sé pure Nile Rodgers, David Gilmour, Flea, Jonny Greenwood dei Radiohead (a rappresentare il trait d’union fra la vecchia guardia del rock/pop anglosassone e le nuove leve, come fu con Johnny Marr all’epoca di “Bete noire”), altri turnisti di lusso del giro BF/RM quali Andy Newmark, Chris Spedding, Neil Hubbard… per una esteso catalogo di indoli talentuose che comprende pure i suoi due pargoli Tara e Merlin (avuti dal matrimonio con Lucy Helmore, come l’attivista Otis ed Isaac). Con Johnson Somerset ed il veterano Rhett Davies (co-produttori del disco assieme all’istesso Ferry) e con Bob Clearmountain a missare il tutto, non poteva non scaturire un’opera impregnata fin nella sua essenza dello stile unico del leader. Pure la spettacolare copertina evoca l’epoca aurea del gruppo al quale deve la sua fama (e viceversa…), effigiante una eburnea Kate Moss splendidamente ritratta da Adam Whitehead, summa beltade rinata dalle ceneri dei suoi recenti, e meno, travagli, Olympia esplode in tutta la sua carica sensuale con l’opener “You can dance”, cesellata dal pregevole intarsio del basso del RHCP Flea, richiama le più recenti prove ferryane in “Alphaville”, si esalta in una “Me oh my” che è pepita estratta direttamente da quell’immenso giacimento che fu la triade “Manifesto”/”Flesh and blood”/”Avalon”; l’oboe di McKay non può non suscitare nostalgia in chi ha amato ed ama tutt’ora quei suoni ridondanti auto-compiacimento, in una liason imperitura, mentre non si può tacere l’ennesima prova di quell’ottimo chitarrista che fu David Williams (con Ferry dai tempi del citato “Bete noire”), pur troppo mancato durante le session di registrazione di Olympia. “Heartache by numbers” menziona “Out of the blue” e “My only love” entrambe e permette agli Scissor Sisters di sdebitarsi nei confronti di una delle loro guide spirituali, Andy Cato e Tom Findlay (by Groove Armada) danno fondo alle loro risorse nel singolo proclamato “Shameless” (“…a shameless world/a simple life”… canta il dandy spegnendo con misurata noncuranza l’ultima Gauloise), “Song to the Siren” schiera l’uno accanto all’altro Gilmour/Manzanera/Greenwood/Eno/Mackay per commemorare l’umbratile talento di Tim Buckley, e Ferry è maestro indiscusso nella riproposizione di altrui creazioni, lo dimostra una intiera carriera trascorsa a raccogliere perle lungo un sentiero dorato attraversante decadi e mode senza subirne il peso, anzi dettandone stilemi individuabili di primo acchito. Brividi di piacere e di turbamento purissimo scorreranno sulla vostra pelle, il cuore vi si serrerà, la commozione vi stringerà la gola… Quanti altri sarebbero capaci di rievocare così urgenti emozioni, scivolando con grazia su d’un liquido tappeto di chitarre, in un ultima danza, l’addio… L’aura crepuscolare di questa sublime testimonianza della storia del pop britannico viene resa vieppiù accesa da un percussionismo vellutato e da sintetizzatori che dipingono tramonti esotici, fra dolenti afflati di amanti perduti. “No face, no name, no number” (a firma Steve Winwood/Jim Capaldi), è l’ovvio tributo ad un’altra grande stagione del rock inglese, coi Traffic a scrivere i primi comma di un curriculum di assoluto prestigio, quando Ferry si esibiva come soul man nella sua Newcastle (le altre cover sono “Whatever gets you through the night” di John Lennon e “One night” di Elvis Presley, non presenti nell’edizione in mio possesso). “BF bass (Ode to Olympia)” glorifica i talenti di Manzanera e di Ferry (con Spedding ed Eno ad affiancarli) e potrebbe appartenere a “Manifesto” come a “Country life” (o “Stranded”, od ancora “Siren”, fate voi…), “Reason or rhyme” insiste nei suoi riferimenti al passato solista di “Boys and girls”, lasciando che il piano ci accompagni all’uscita di scena, celebrata nella ballad definitiva, l’ennesima, questa volta a titolo “Tender is the night”. Ambientazioni lussuriose, eleganza composta, una classe innata contraddistinguono la scrittura di Bryan Ferry, uno dei pochi che possono permettersi di citare gli illustri trascorsi senza cadere nella stucchevole reiterazione di una formula collaudata ma frusta, au contraire dimostrandosi attento interprete delle più moderne istanze stilistiche (in questo disco rappresentate da Flea e da Greenwood). La comunanza con i colleghi Manzanera e Mackay e con il ritrovato (finalmente…) Brian Eno fa sì che Olympia si slanci in un futuro ancora da tratteggiare, si spera concretizzando finalmente le aspettative di tutti coloro che del verbo estetizzante divulgato dai Roxy Music hanno fatto un principio sacrosanto. Era il 1979 quando iscrissi “Manifesto” e “Roxy Music” su d’un quadernetto contenente appunti vari, e che d’allora divenne una ispecie di Moleskine musicale e fonte inesauribile d’appunti per l’allor giuovine scribacchino. Per la prima volta identificavo con chiarezza un complesso, un titolo, ed in un’epoca allorquando l’informazione andava ricercata con cura, queste poche righe significarono il principio del tutto. La radio era sempre accesa, le dita pronte ad isolare la frequenza che li trasmetteva (loro ed i loro discepoli, fu così che conobbi i Japan!), Massarini e la RAI contribuirono ad identificarli, ad isolarli dalla massa di nomi, volti e copertine che rintracciavo nella carta stampata. Anch’io gli sono debitore, e perché allora non illudermi che, dopo le speranze infrante dalla pur troppo estemporanea reunion del 2001, ci sarà ancora un album, o più d’uno, chissà, a nome Roxy Music?

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2 comments

  1. Mrs. Lovett 7 Novembre, 2010 at 08:45

    Un tributo dovuto!! L’album è molto bello, potrei sottoscrivere ogni frase del tuo esaustivo e appassionato commento! Solo di Kate Moss avrei fatto volemtieri a meno, ma si sa, il Nostro è sempre stato un esteta anche in fatto di donne…

  2. Hadrianus 7 Novembre, 2010 at 17:47

    Ringrazio. Kate Moss è scelta condivisibile, aderendo all’ideale estetico di Ferry. Una bellezza… pronta all’autodistruzione, nel ciclo immutabile che conduce al disfacimento. Ma che viene cristallizzata nel mito del Bello assoluto. Un bel disco, perfettamente in linea con le produzioni, tutte, del nostro crooner.

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