David Sylvian: Sleepwalkers

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Solo con  reverenza e costante ammirazione possiamo accostarci all’ultima opera di David Sylvian in ordine di tempo: un artista che ha alle spalle – considerando anche la sfavillante stagione con i Japan – una carriera trentennale e ha resistito indenne all’avvicendarsi delle tendenze.

Di pochi altri, come di Sylvian, possiamo dire che la banalità non l’ha mai sfiorato. Personaggio schivo e defilato, ha saputo con discrezione sperimentare e con singolare raffinatezza evolversi, elevandosi al di sopra delle etichette “di plastica” che molti addetti ai lavori si dilettano ad appiccicare – spesso banalizzando – alle varie produzioni musicali.

Molte note, dunque, sono nate in questi anni dalla mente di Sylvian: a volte alle soglie della musica minimalista, altre volte occasionali incursioni nell’ambient o nella psichedelia, egli è così riuscito a tenere desto l’interesse di chi l’ha seguito e amato fin dai tempi di Brilliant trees.

Come abbiamo appreso dal ‘tam tam’ antecedente l’uscita, questo Sleepwalkers riunisce alcune collaborazioni di Sylvian realizzate negli ultimi anni con altri artisti, fra i quali Sakamoto, Christian Fennesz, Erik Honorè. Questo non deve far pensare che il disco contenga una raccolta di materiale messo insieme a caso: si tratta in realtà di un lavoro sì eterogeneo, ma  assolutamente in linea con lo stile del suo autore, cioè raffinato e curato in ogni dettaglio.

Lunghi anni sono passati da Brilliant trees e dai suoi celestiali motivi ma qui non si prosegue – a mio avviso – sulla linea minimale di Blemish o, addirittura, di Manafon che, anche ai fan più fedeli, risultava a tratti decisamente impegnativo nell’ascolto, come se Sylvian si fosse ormai attestato sulla torre d’avorio dell’avantgarde e producesse fulgida/algida bellezza, ahimè, così poco comunicativa. Nei punti più ostici, gli strumenti parevano usati uno per volta allo scopo di creare una melodia spezzata, tenuta insieme solo dalla voce, anch’essa strumento. Una voce che a volte accarezzava e lusingava, ma anche risultava, occasionalmente, respingente. In Sleepwalkers, David Sylvian. propone una ‘mediazione’: la magia non è assolutamente finita e l’equilibrio sembra brillantemente trovato.

Fra tutti e 16 i pezzi la title track che, per me, è forse il migliore dell’album ci catapulta subito sul pianeta Sylvian: suoni elettronici interlocutori all’inizio e poi la voce inimitabile parte, calda ed evocativa, solleva, culla, affascina e, come il pifferaio magico, obbliga l’ascoltatore a seguirla. “Ballad of a deadman” funziona invece proprio come una ballata dove la melodia – per una volta lineare – che si ripete, si avvale del contributo della voce, anch’essa suggestiva, di Joan Wasser. “Angels” e “Thermal” sono entrambi parlati, ma la voce di Sylvian che recita, profonda e introspettiva, somiglia da sola ad una musica che emerge sullo sfondo di oscuri suoni. L’enigmatica “Five lines” crea un curioso contrasto fra il caratteristico tono carezzevole della voce e una base ‘orchestrata’  inquietante e falsamente disarmonica. Se commentare ogni track risulterebbe troppo prolisso, un ultimo accenno merita tuttavia il bellissimo brano “World Citizen – I Won’t Be disappointed”, finalmente romantico, che esala avvolgente dolcezza.

Non vi è dubbio, quindi, che questo album, oltre all’ovvio plauso dei fans abituali, meriti l’attenzione di chi ama le esperienze particolari. Già l’immagine di copertina, opera della bravissima Kristamas Klousch, non può non emozionare…

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