Non vorrei si pensasse che anch’io, sull’onda del tam tam mediatico internazionale mi sia lasciata irretire dall’ennesima bella voce femminile che tenta di occupare il posto un tempo riservato a Siouxsie o Kate Bush. Ho tratto un piacere genuino da questo primo album della giovane italo-inglese Anna Calvi, presente da qualche anno sulla scena britannica in varie band non particolarmente note ma messasi ora ‘in proprio’. Il fatto che le sue doti abbiano anche attirato l’attenzione di alcuni ‘mausolei’ della musica come Brian Eno è risaputo ovunque, ormai. In effetti, in questo disco che ha come titolo semplicemente il suo nome, dimostra una professionalità sorprendente, se si considera che stiamo parlando di un’artista ‘alle prime armi’. Niente di straordinariamente originale, per carità. Se qualcuno ha letto qua e là che Anna Calvi ricorda P.J.Harvey – il suo disco è stato prodotto da Rob Ellis, storico collaboratore della Harvey – può stare tranquillo: è assolutamente vero. Ma se i risultati sono pregevoli, che c’è di male, in fondo? La fantastica Polly Jean, della quale peraltro è appena uscito un ottimo album, non se ne sentirà di certo sminuita… La musica di Anna ha un suono estremamente caldo e coinvolgente, oscuro a tratti. La voce è ricca di molteplici tonalità, perfetta per trasmettere un ventaglio di emozioni. Anche gli arrangiamenti sono all’insegna dell’eclettismo: si esordisce con gran lavoro di chitarra (twang guitar!) e atmosfere avvolgenti nel primo pezzo, “Rider To The Sea”; in “No more words”, invece, la voce è carezzevole e molto sensuale mentre ci culla con una melodia un po’ retrò. Pura energia naturale alla Siouxsie – e anche il modo di cantare la ricorda! – ritroviamo in “Desire” e “Suzanne And I”, che contengono echi chiaramente post-punk. Tra i pezzi migliori, poi, “The devil”, ballata malinconica e oscura, di fattura assai raffinata – qui in effetti c’è molta somiglianza con Polly Jean – in cui, fra notevoli virtuosismi chitarristici, la bella voce di Anna sperimenta liberamente tutte le tonalità di cui è capace. Infine è da menzionare anche “Blackout”, ariosa, più “mediterranea”, dove il canto risulta accattivante e misterioso. L’album si chiude con “Love Won’t Be Leaving”, lenta, romantica e solenne, con malinconiche e cupe note di chitarra che Anna mostra a questo punto di saper decisamente suonare. Il successo è dunque assicurato, perché questa musica è bella e ‘trasversale’, destinata a entrare, al di là dei generi, fra i classici del nostro tempo.