At The Funeral Of My Violet Rabbit: La bellezza del perder tempo

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Che titolo, La bellezza del perder tempo, in un’epoca come la presente, quando perder tempo, indugiare, rallentare semplicemente il ritmo della propria esistenza reso frenetico dalle altrui esigenze, troppe volte piegato a volontà che non ci appartengono, suona come un atto delittuoso, uno sottrarre risorse e forze al Risultato, all’Obiettivo, al Profitto. Magari per fermarsi semplicemente a contemplare l’occaso, l’ala d’un uccello solcante il cielo azzurro terso, od ascoltare qualche arcana melodia, scaturente da chissà dove, presto soffocata dall’urlo della modernità, della macchina dominante, o dall’ordine di riprendere il proprio anonimo posto. La quarta opera di questo interessante progetto giuliano, guidato dall’Uccello del Malaugurio, come s’appella ora il suo Creatore, è davvero un Inno alla Fine. O, meglio, all’attesa della Morte. E’ opera pesante, claustrofobia, che non concede niun spiraglio alla luce, eppure nella sua maestosa mestizia, nel suo incedere funereo, disegna mirabili e realissimi paesaggi di desolata intimità, ed è il compimento (solo parziale, auspico) del percorso principiato con le tre uscite che la precedettero, con la quali ha in comune la rara perizia grafica, che ben si sposa ai contenuti del disco, mai così tetri. “Il volo della farfalla bianca” è l’ultimo battito d’ali candide prima della caduta, dell’abbandono d’ogni resistenza, dell’affondar nella mota, fradici di pioggia, come l’insetto volante e fragile che troppe volte viene accostato alla leggerezza, alla volubilità, e che è invece creatura meravigliosa, e nel suo breve percorso terreno ci delizia coi suoi battiti eleganti, di fiore in fiore. Ma quivi le corolle sono appassite e prive di colori… “Un’altra eccitante giornata di noia” si preannunzia, ma “Nascosto sotto la pelle” è il fatalismo, la rassegnazione ad un Fato ineludibile. “In un angolo della casa del dolore” s’apre “Il mondo verso l’abisso”, indotto da “Una marcia per la donna senza nome”, come i poveri resti mummificati ritrovati nell’antro di qualche vecchia chiesa sconsacrata, o nelle viscere della città, dimenticati in catacombe celate da secoli agli occhi dei vivi. Grandioso La bellezza del perder tempo, disco che non richiede etichette, non essendone di acconce per descriverne compiutamene i foschissimi contenuti. Aprendo il suo nero involucro, v’immergerete nell’aere rappreso dalla decomposizione che esso cela, coagulato in sette sofferte celebrazioni dell’Addio, quale inevitabile epilogo d’ogni umano esistere. Allora, partecipiamo anche noi a La bellezza di perder tempo

Per informazioni: www.myspace.com/atthefuneralofmyvioletrabbit
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