“Biutiful” di Alejandro González Iñárritu: la speranza non abita più qui

0
Condividi:

Affrontare la visione di Biutiful richiede un atto di volontà: bisogna sceglierlo con la consapevolezza di entrare in un mondo in cui non c’è più posto per la speranza. Il regista messicano Alejandro González Iñárritu, che già abbiamo apprezzato per il suo primo film hollywoodiano, 21 grammi, punta stavolta l’occhio su un angolo della vecchia Europa che appare quanto mai lontano dall’esempio di civiltà che il nostro continente dovrebbe offrire. Qui dominano miseria umana, totale assenza di prospettive, violenza e incomunicabilità. In questo mondo ai bambini manca perfino la certezza del pasto del giorno dopo e, nonostante ogni possibile sforzo, non appare possibile garantire loro neanche il calore degli affetti primari, per cui si trovano a subire esperienze di durezza inaudita.

E’ la città spagnola di Barcellona a mostrarci questo spaccato di vita così violento e crudele; di essa non riconosciamo, stavolta, le bellezze artistiche e monumentali; qui, nel quartiere di Santa Coloma, luogo ove convergono molte razze diverse, incontriamo una periferia degradata che non ha nulla da invidiare a quelle delle grandi città americane: strade impraticabili, fiancheggiate da fetidi alloggi, povertà ovunque abiti la cosiddetta ‘feccia’ della società, un’umanità caratterizzata da una tale miseria morale da non riuscire in effetti a costruire un’esistenza ma al massimo a sopravvivere con difficoltà, arrabattandosi per arrivare in fondo ad ogni singolo giorno.

In questo contesto di deprimente squallore si muovono vari esemplari di disperazione: disoccupati, immigrati clandestini di ogni paese lottano senza sosta e, quel che è peggio, senza giungere mai a nulla. Il protagonista Uxbal, un incredibile Javier Bardem il cui sguardo perso suggerisce abissi di dolore, cammina con la morte accanto. Egli, infatti, ha un dono: riesce ad entrare in contatto con i morti, subito dopo la loro dipartita. Ma diversamente dal protagonista di Hereafter, che rifugge dall’idea di sfruttare questa capacità, Uxbal recupera in questo modo qualche spicciolo dai familiari in lutto ansiosi di comunicare con i cari estinti. Questo, in verità, è solo un aspetto del suo rapporto con la morte: essa è, per lui, anche e soprattutto quella malattia che ha ormai minato irreversibilmente il suo fisico e che in poco, pochissimo tempo porrà fine ai suoi giorni.

Ecco che quindi questo disperato fra i disperati, posto di fronte alla certezza della sua imminente scomparsa, si riscopre anche padre affettuoso e soffre dell’ansia di dover mettere al sicuro i suoi due figli, di garantire loro un futuro malgrado le avverse condizioni di vita e familiari; i due bambini, infatti, sono costretti a vivere lì dove vivono e la madre, presa da altre gravi problematiche personali, non può occuparsi di loro come dovrebbe. Uxbal, dunque, quasi un eroe da tragedia greca, vede il suo mondo sgretolarsi simultaneamente al mondo esterno: la sua lotta non è più per la propria sopravvivenza ma per quella dei figli, ai quali tenta di restituire proprio la speranza che non può avere per sé e che forse sa non esistere.

La visione di Iñárritu è distaccata, senza ‘lacrime’, supportata inoltre magistralmente dalla cupa fotografia di Rodrigo Prieto. Non vi è un solo cedimento al patetico in oltre due ore di film – il rischio era grosso, visto il tenore delle problematiche trattate – e proprio questo rende l’opera così efficace e provoca un malessere così intenso nello spettatore: la speranza non c’è per nessuno, né per i ‘buoni’ né per i ‘cattivi’, non si scorgono vie di uscita neanche per quegli innocenti che, per puro caso, si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La tragedia umana si sviluppa parallelamente a quella sociale e dalla rovina sembra non esserci scampo: si viaggia su un treno che ha per destinazione semplicemente la morte. Oltre questa, non si intravede che un bosco innevato, unico luogo di pace che compare anche all’inizio del film, e il sorriso – forse – di un padre non conosciuto, di cui non è rimasto quasi nulla, neanche il ricordo.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.