George R.R. Martin: “Il battello del delirio”

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Il battello del delirioBenché Il battello del delirio sia uscito circa un anno fa, ritengo che valga la pena di parlarne perché l’interesse per i ‘non-morti’ imperversa a tutt’oggi senza avere l’aria di voler cedere il passo ad altre mode. Tra l’altro il suo autore, George R.R. Martin, non è abitualmente cultore del genere horror, ma ha scritto invece una delle mie saghe fantasy preferite, le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Il libro contiene anche una brillante introduzione di Giuseppe Lippi che fa il punto, in modo intelligente ed esaustivo, sul ben noto tema.

Come molti sanno, i vampiri americani sono sempre stati diversi da quelli europei: l’esempio classico sono i libri di Anne Rice. Nelle sue Cronache dei vampiri, infatti, molte delle caratteristiche di queste creature erano state corrette, per esempio la sensibilità all’aglio, alle croci e all’argento; altre mantenute più o meno inalterate, come il timore del sole, il bisogno di riposare in luoghi oscuri ed altre ancora, infine, erano state invece accentuate: l’emotività, la passionalità e la sensualità.

I vampiri di George R.R. Martin sono stati ulteriormente ‘rimaneggiati’: alcune peculiarità della ‘razza’ sono del tutto sparite tra le quali, soprattutto, la capacità di riprodursi attraverso il ‘morso’. Ora essi non sono in grado di creare altri vampiri ma hanno acquisito, per così dire, lo status di ‘alieni’, di esseri, cioè, appartenenti ad un genere differente dall’uomo: già in questo, forse, si nota l’attitudine dello scrittore fantasy che mutua dalla tradizione horror le figure più ‘classiche’ e le trasforma in una varietà di ‘extraterrestri’. Oltre a questo, il nostro Martin ha reso i suoi vampiri molto più ‘pragmatici’: ben lungi dal soggiornare in cripte maleodoranti e dall’indossare vecchi mantelli odorosi di polvere, essi amano mescolarsi in abiti eleganti alla gente ‘normale’, sono ben forniti di mezzi, tanto da poter pilotare lussuosi battelli su e giù per il Mississippi, conoscono il valore del danaro, del possesso, hanno familiarità con le debolezze degli uomini e sanno sfruttarle. Hanno anche loro una decisa avversione per la luce del giorno, non perché il primo chiarore dell’alba li faccia dissolvere, ma semplicemente perché il loro corpo materiale, in tutto e per tutto più robusto e più perfetto di quello umano, sviluppa tuttavia una sorta di reazione allergica alla luce del sole, per cui la loro pelle rapidamente si ammala, causando loro una terribile sofferenza. Ad ogni modo, l’autore ci ricorda qua e là le giuste parentele: non è un caso che le poesie di Byron, uno dei primi a menzionare una figura simile al vampiro, siano citate in varie occasioni nelle pagine di questo romanzo. Come la maggior parte dei loro ‘colleghi’ della tradizione, questi vampiri ‘fluviali’ sono comunque molto crudeli: chiamano ‘bestiame’ gli esseri umani, ai quali sono assai superiori per capacità fisiche, e si propongono di ridurli definitivamente in schiavitù, proprio come, del resto, hanno fatto gli stessi esseri umani con altri della loro razza che, per puro caso, hanno la pelle nera. Se qualche membro di questo ‘popolo della notte’ aspira poi ad una convivenza pacifica con il ‘popolo del giorno’, ritenendo che, dopo tutto, la civiltà da esso creata meriti di essere rispettata e non semplicemente sfruttata, viene considerato un nemico, è punito e sottomesso da chi è più forte. Questa situazione dà luogo, per ovvie ragioni, ad una lotta senza quartiere tra uomini e vampiri e tra vampiri di ideologia opposta. Il ‘popolo della notte’ ha bisogno del sangue umano per placare la ‘sete rossa’ e poco importa se uno di loro ha realizzato una bevanda in grado di risolvere il problema senza mietere vittime.

La trama del libro è costituita da un lato dal racconto della suddetta lotta e dall’altro dallo sviluppo della singolare amicizia tra il vampiro York e il capitano Abner Marsh. Anche nel suo unico scritto horror, Martin brilla per l’abilità con cui tratteggia i personaggi dotandoli di caratteristiche che li distinguono decisamente dai soliti stereotipi del genere. Niente farebbe supporre, all’inizio, che un marinaio spaccone, amante del cibo e del bere, che ha dedicato la sua vita alla navigazione sul Mississippi con l’aspirazione principale di guidare un battello in grado di battere gli altri in velocità, possa poi, nel corso delle vicende, prendere parte al conflitto tra vampiri ‘buoni’ e ‘cattivi’ a fianco di uno di loro, il raffinato Joshua York, del quale apprezza i valori, la generosità e l’ammirazione per la bellezza, acquistando addirittura familiarità con le poesie di Shelley e Byron da lui tanto amate. Nel romanzo vi è, poi, un’attenzione ai temi sociali raramente presente in forma così esplicita in altre opere di questo genere. La storia del ‘popolo della notte’ sembra quasi ricalcare la storia stessa dell’umanità e il malvagio del romanzo, Damon Julian, utilizza proprio il concreto esempio della schiavitù per giustificare la propria crudeltà: è talmente naturale che il più forte prevalga sul più debole che gli stessi uomini hanno adottato questo comportamento nei confronti di altri loro simili: che differenza c’è, dunque, fra i vampiri che si servono degli esseri umani come fossero ‘bestiame’ e questi ultimi che trattano i neri come schiavi? Il più potente e cattivo dei vampiri si fa portavoce di quella posizione da cui, in fondo, scaturisce la vera e propria ‘morale’ del libro: lo sfruttamento e la prevaricazione di una razza da parte di un’altra, in qualunque forma si presenti, è comunque ingiusta e inaccettabile. Il ‘modus vivendi’ del ‘popolo della notte’ diventa quasi una pessima caricatura del mondo reale e, simultaneamente, un modo per svelare la vera essenza di quanto si nasconde dietro le varie ideologie schiaviste e autoritarie. I vampiri, in pratica, non sono più da considerare esseri sovrannaturali, ma mostruose ‘esagerazioni’ della storia. Martin dimostra tra l’altro di avere solide cognizioni in questa materia. Il suo affresco della vita lungo il Mississippi nella seconda metà del XIX secolo è preciso e puntuale, oltre che molto piacevole da osservare. Quando, in qualche fase meno frenetica del racconto, l’attenzione del lettore ‘devia’ dal nucleo centrale della lotta tra ‘bene’ e ‘male’, tra chi vuole la ‘pace’ e chi la ‘guerra’ fra le razze, è possibile soffermarsi sui battelli che solcano il ‘grande fiume’, sulle piantagioni del sud, sulle mitiche città che a quei tempi brulicavano di vita e attività diverse. In fondo è proprio il meraviglioso battello ‘Fevre Dream’, per il capitano Marsh il sogno di una vita e per il vampiro York strumento per realizzare la più grande delle aspirazioni, ad unire due personaggi che altrimenti non sarebbero mai stati destinati ad incontrarsi. Il ‘Fevre Dream’ è il mattone che cementa la loro relazione, il mezzo che li aiuta a comprendersi reciprocamente e a convogliare le loro volontà verso un obiettivo comune. La meta che essi raggiungeranno non è forse esattamente quella che si erano proposti: in ogni caso la forza della narrazione è tale che il lettore non riesce a staccare gli occhi dal libro fino all’ultima pagina.

George R.R.Martin: Il battello del delirio (Gargoyle Books, 2010, pagine 450, 18 euro)

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2 comments

  1. Mrs. Lovett 4 marzo, 2012 at 08:15

    Ti ringrazio, anche la tua è molto interessante. Come ho detto, sono una fan di Martin e probabilmente la cosa traspare 🙂

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