Phoenix And The Oracle: Magick (Believers in the Nephilim)

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La lunga traccia introduttiva “Inside the magic temple (Beneath the Pyramids)”, uno strumentale percussivo richiamante i riti iniziatici propri delle Culture dei Nativi americani, apre il nuovo lavoro del progetto Phoenix and the Oracle, che nel frattempo ha evidente ridotto il monicker perdendo “of Zahyrus”, e principia un viaggio soniko dalla durata notevole (si sfiorano gli ottanta minuti), incentrato su brani che sovente citano le precedenti testimonianze rilasciate dall’insieme (“Astral travel” che apriva “Rituals for the renewal…” del 2007, eppoi dallo stesso “Dark West”, spezzoni di “Watchers” e della title-track), quando non poggiano di fatto su porzioni di brani altrui, utilizzati come base distinta e propria del singolo episodio (frasi di “Love song” dei Simple Minds reiterate in “Ancient Gods” ed in “Into the light”). Con il cuore e la mente ai Fields Of The Nephilim citati nel titolo (e nelle sotto-intestazioni di diversi pezzi), ovvia e reale fonte di ispirazione della produzione intiera di Phoenix, si compie così un percorso irreale, fra continui ed incessanti deja-vu sonori, un astratto rincorrersi tra passato e presente dettato dagli incisi chitarristici che offrono la spina dorsale alla maggior parte delle song, ove è il primo a prendere infine il sopravvento. Perché appunto la componente rituale risulta uno degli elementi insostituibili della formula (“From the ashes of Angels). La quale alimenta la pervicace convinzione che è alla base di Magick, e non potrebbe essere altrimenti, se non si riconoscono gli input creativi che lo alimentano risulterebbe d’altronde impossibile l’approccio a queste undici canzoni, veri e propri collage in bilico fra sussulti d’epica western e declinazioni new age. Un disco come Magick va considerato solo come tale, ovvero l’estensione in musica dell’ego del suo creatore, che fra le pieghe del suo peculiare cosmo trova modo di esprimersi e di dar voce alle proprie impellenze artistiche, anche se il canone primordiale condiscendente all’estetica nephiliana risulta decisamente depauperato. “Astrism 11:11 (Samadhi – Train to Nirvana)” chiosa idealmente Magick, ma la sensazione circolare, di essere sprofondati in un vero e proprio loop temporale, ci fa smarrire la percezione fisica dell’esistenza, e nella sua magniloquente ricchezza di suoni e di stimolazioni ci fa infine ritrovare al punto di partenza. Fra le vette del Nepal, fra le pietraie del New Mexico o fra le sabbie del deserto egiziano? “Inside the magick Temple (beneath the Pyamids)”.

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