Riccardo D’Anna: recensione de “La Figura di cera” e intervista

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Con La figura di cera Riccardo D’Anna, dopo aver pubblicato due interessanti romanzi fa cui Saint-ex, riuscito omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry, si inserisce nel recente filone del gotico italiano che la casa editrice Gargoyle sta facendo conoscere e che vanta autori come Gianfranco Manfredi, Claudio Vergnani, Danilo Arona e Andrea Colombo. E’ un ulteriore dimostrazione di come in realtà il genere horror sia nelle corde e nella sensibilità degli scrittori italiani nonostante l’ostilità e i dubbi di certa critica e pubblico in proposito. In questo senso è sufficiente ricordare la grande tradizione cinematografica horror italiana dei vari Dario Argento, Lucio Fulci e Mario Bava per fugare qualsiasi dubbio circa una presunta non predisposizione italiana in questo ambito.

La figura di cera nasce come “sequel” de Il morso sul collo di Simon Raven, romanzo culto del 1960 non privo di un fascino oscuro nel trattare la tematica del vampiro calandola nei miti dell’antica Grecia. Riccardo D’Anna riparte dai personaggi principali di quel libro fra cui il maggiore Anthony Seymour (narratore in prima persona nel romanzo), l’ispettore John Tyrrell e lo studente Piers Clarence. Una sequenza di enigmatici suicidi portano Seymour e Tyrrell, che ricordano volutamente da vicino Holmes e Watson, a una visita notturna in un cimitero dove dovrebbe essere sepolta un’eccentrica marchesa: Lucrezia d’Ateleta. Il corpo della marchesa è però scomparso e questo misterioso fatto darà inizio ad un succedersi frenetico e misterioso di avvenimenti.

Il personaggio della marchesa Lucrezia d’Ateleta aleggia nel corso di tutto il romanzo ed è modellato su una figura storica celebre per la sua eccentricità: si tratta infatti di colei che Gabriele D’Annunzio ribattezzò Coré e che fu la sua musa. Qui la troviamo trasfigurata nella nuova veste di vampiro. Il contesto storico ne La figura di cera è fondamentale e Riccardo D’Anna si diverte a citare molti personaggi reali come la celebre collezionista d’arte Peggy Guggenheim che troviamo a Venezia. Ma numerose sono le citazioni di varie personalità della cultura e dell’arte fra cui gli scrittori Jack Kerouac, Kingsley Amis e il commediografo Harold Pinter.

Di grande suggestione si rivela essere l’ambientazione del romanzo che si svolge fra una Londra descritta molto efficacemente, dove sembra rivivere l’antico spirito di Conan Doyle, e città piene di fascino decadente come Venezia e Berlino. In particolare a Berlino rivive e viene evocato da alcune società segrete, in cupi cerimoniali notturni, lo spirito magico del nazismo esoterico. L’occulto viene evocato ed è ben presente nel corso di tutta la narrazione con precisi riferimenti alla famosa Golden Dawn, l’ordine segreto a cui aderirono all’epoca numerosi scrittori che vengono puntualmente nominati come Arthur Machen e Algernon Blackwood.

Le note che si trovano alla fine di ogni capitolo rivelano la grande cultura dell’autore che spazia con grande naturalezza e competenza fra letteratura, teatro, occulto e storia delle religioni. Il libro è ben scritto e caratterizzato da una genuina atmosfera retrò e la lettura, nonostante l’eccessivo citazionismo, scorre piacevolmente: può essere considerato, con i suoi continui rimandi alle atmosfere dei film della Hammer, una sorta di omaggio a certo horror cinematografico. E’ auspicabile quindi che quest’incursione di Riccardo D’Anna nell’horror non rappresenti un capitolo isolato della sua produzione ma sia l’inizio di altri episodi in questo specifico ambito.

Riccardo D’Anna: La figura di cera (Gargoyle Books, 2011, pagine 186, 13,50 euro)

Abbiamo chiarito alcune tematiche del romanzo direttamente con l’autore:

Come mai hai scelto di fare un sequel de Il morso sul collo di Simon Raven? Cosa ti ha colpito di questo romanzo?

Naturalmente le ragioni che pertengono all’ispirazione, benché possano sembrare concentrate in un punto, sono sempre frutto di una serie di elementi che convergono… Il libro di Raven utilizzava l’horror più come pretesto che come fine. Si tratta, in un certo senso, di un romanzo che tasta il polso a una società – come quella della fine dei Cinquanta – che, già febbricitante, di lì a poco avrebbe manifestato, per non dire esibito, malessere e rifiuto nei confronti della massificazione del boom, di un perbenismo di facciata, di un accademismo piatto e delle convenzioni borghesi. Ogni guerra reclama i suoi morti: la parabola di Richard Fountain che, vittima di Criseide in Grecia, porta con sé il morbo del vampirismo Oltremanica fino a restarne vittima, è emblematica. Tutto alla fine sembra ricomporsi, ma nulla sarà più come prima. Anch’io, naturalmente incline alla ibridazione dei generi, ho scelto di scrivere un horror per sottrazione, in levare, in cui conta saper tendere l’elastico dell’attesa senza spezzarlo. Una serie di coincidenze spazio-temporali sulla scacchiera di quegli anni, ma implicite nel testo di Raven, hanno fatto il resto. Mi piaceva l’idea che fossero i fantasmi della belle époque a riaffacciarsi e a stendere la propria ombra oltre le macerie della guerra…

Nel libro citi scrittori come M.R. James, Arthur Machen e Algernon Blackwood e parli esplicitamente della società iniziatica della Golden Dawn. Ritieni di essere stato influenzato dal lato oscuro e decadente della cultura britannica?

Mi sono laureato e ho discusso la tesi di dottorato su d’Annunzio e il preraffaellismo inglese… Avevo letto il celebre saggio di Galli sul Nazismo magico e sapevo pertanto che vi erano stati in Europa contatti non occasionali fra le società iniziatiche e i culti misteriosofici che vi sottostavano. Più che altro mi ha colpito il calibro di alcuni nomi che ho scoperto fra gli affiliati…, ma la deriva principale che ho seguito è stata quella della raffigurazione di un “femminile” che, dalla seconda stagione del preraffaellismo, si spinge fino ai risvolti neri del simbolismo, e oltre. Se dovessi parlare di fonti e suggestioni che mi hanno influenzato citerei per un verso la Ghost story classica inglese, ma al tempo stesso un catalogo come quello della mostra Hitchcock e l’arte: coincidenze fatali, tenuta a Parigi presso il Centre Pompidou nel 2001

Nel testo compaiono riferimenti a celebri storici delle religioni come Karol Kerény e Georges Dumézil. Hai un interesse specifico per questa materia?

Parlare di interesse specifico forse è eccessivo: diciamo che una formazione e un corso di studi piuttosto eclettici mi hanno portato a interessarmi di argomenti fra i più vari. Si tratta di letture rimaste nel cassetto degli anni di Università, cui aggiungerei senz’altro, oltre ai due citati, Jan Kott e Il ramo d’oro di Frazer, ma anche il Brevario spirituale di Martinetti, Romano Guardini, Jacques Maritain, Sergio Quinzio. Credo che la perdita di una dimensione spirituale, nel senso di una rimozione delle domande ultime, anche a prescindere dal credo o dalla fede professata, sia purtroppo una caratteristica della “dispersione” della nostra epoca.

Ne La figura di cera il contesto storico è molto importante e ci sono molte note esplicative. Quanto ti ha impegnato il lavoro di documentazione per scrivere il libro?

Sulle note, con l’editore, siamo stati indecisi dapprincipio. Fanno piacere ad alcuni, ma disturbano altri… Poi si è convenuto di inserirle con misura. Cerco sempre nei miei libri di far sì che la documentazione sia il più possibile scrupolosa: da lettore la mancanza di cura nei particolari in genere mi disturba… E poi confesso che cercare e trovare risposte ai dubbi che ti poni è il risvolto più divertente, forse l’unico, dello scrivere che rimane un’attività difficile e faticosissima.

Tenuto conto che Gargoyle, oltre al tuo, sta pubblicando romanzi di altri scrittori come Manfredi, Vergnani e Colombo, ritieni che gli scrittori italiani, nonostante le difficoltà ad emergere rispetto ai nomi stranieri, stiano iniziando a produrre opere valide in grado di competere sui mercati internazionali?

Io credo che vi siano autori e romanzi che meriterebbero quanto meno una maggiore visibilità. Il problema è che chi fa ricerca, in editoria, oggi sono i piccoli, mentre le Majors sono schiacciate sulle esigenze del mercato (“si vende: si pubblica, non si vende: non si pubblica”). Così facendo si contribuisce inevitabilmente a quel livellamento verso il basso della cultura italiana: salvo limitatissime eccezioni, si tendono a esportare i campioni di vendita e poco più… Non sono molto ottimista sul destino dell’Italia, lo sono ancora meno sul fatto che una letteratura di qualità possa tornare a far sentire la sua voce.

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