Belladonna: And there was light

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Sui Belladonna ho già scritto molto, chi mi legge conosce il mio pensiero al loro riguardo, a chi invece si imbatte in queste righe ed il nome del gruppo risulta ancora ignoto, v’è l’ampio archivio versacriano da esplorare. Non per noia o per pigrizia, per carita!, è che non voglio ripetermi, fissando la mie scarse forze piuttosto sul presente, com’è giusto che sia. And there was light è il terzo lavoro di studio per Luana Caraffa e Dani Macchi, ennesima messa a punto del loro personale rock noir, etichetta, questa, che si sposa benissimo alle tessere che compongono il mosaico sonoro che fa da sfondo alla magnifica voce di una cantante mai così matura ed autorevole. Aiutata in questo da delle canzoni eccellenti e di grande presa melodica come “I feel light” e “Stiletto”, orchestrate magnificamente da questa coppia di artisti sapientemente coadiuvati da Alice Pelle al piano, da Tam Scacciati al basso e da Alex Giuliani alle drums. Rock obscuro e fascinosissimo (ascoltate il sax della citata “I feel life” e chiudete gli occhi, percorrerete un lungo viale deserto, nel mezzo d’una metropoli dormiente, i vostri passi accompagnati dal fluire delle note, in un rimando ai più nostalgici Roxy Music…). Brevi intermezzi prevalentemente recitati o strumentali interrompono lo scorrere dei pezzi principali, altrove li legano senza che mai venga meno la tensione creativa che circonfonde il lavoro, fra blues sporcato d’asfalto urbano e da festoni di muschio che avvolgono d’un verde sudario monumenti corrosi dal Tempo ed innalzati alla memoria d’ignoti. “My sweet nepenthe” colpisce veloce come il morso dell’aspide, eppoi con altrettanta lestezza si ritira nel buio; ove altri innalzano maestosi costrutti gothikeggianti per dispiegare il loro Verbo, i Nostri rievocano l’atmosfera caliginosa di scantinati pregni d’umidore, ove si raccoglie un’umanità che rifiuta la Luce, prediligendo una marginalità voluta che la pone ai limiti d’una società che non può ormai comprendere il valore intrinseco d’una esistenza votata alla Poesia. Spogliate d’ogni aura paganeggiante gli Inkubus Sukkubus, o della maestosa epica dark che ammanta un capolavoro assoluto come “Within the realm of a dying sun” degli Dei australi, trasportate i composti sonici che trarrete da quei solchi in una New Orleans che non vuole morire, acconciateli colle sciarpe di seta del glam più arty (l’high camp di “Sirens”, condotta da una viola sofferente), e scivolate via lontano, trascinati dalla lenta corrente d’un fiume che scorre solenne tra file ininterrotte di salici (“Song for Tania”), i quali piegano le loro fronde come per voler accarezzare per un’ultima volta le vostre gote ghiacciate. Il chitarrismo poderoso di “Be my star” e la sua perfetta interazione con basso e batteria esaltano la produzione scintillante di And there was light (il ciddì è stato registrato agli Stagg Street Studios di LA, co-produzione firmata Dani e Alex Elena, Mike Tacci soud-engineer), “My forlorn flight” ben introduce “Spirit dancer” (ecco gli Inkubus Sukkubus dei quali sopra traslati in un cimitero sconsacrato del delta del Mississippi…), la luce irrompe con “Violet the light”, ma è quella fugace del sole al tramonto, ed i raggi obliqui dell’astro penetrano dalle imposte socchiuse dipingendo di viola (appunto) ogni cosa. Non voglio, e nemmeno potrei, immaginare a quanti And there was light piacerà, sono però certo che tutti coloro che lo faranno proprio (collo spirito di chi s’impadronisce di un oggetto prezioso, potendo ben apprezzare il suo valore), lo stimeranno con calma, senza frenesie, lasciando che il sipario cali solenne su “Phosphorus rising” (con una sei corde desertica come quelle di Bill Nelson e di Robert Fripp sulla porzione strumentale di “Gone to earth” di David Sylvian) e sulla nervosa “Damn your love”, perché, infine… And there was light.

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