“Source Code” di Duncan Jones

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Duncan Jones sta decisamente superando le aspettative! Dopo il bel Moon che, senza introdurre nulla di straordinariamente originale, ha comunque rappresentato una graditissima incursione nella fantascienza di buon livello, eccolo cimentarsi di nuovo nella fantascienza, su soggetto di Ben Ripley, e confermarsi regista di notevole abilità. Benchè abbia richiesto, rispetto alla precedente pellicola, un budget di maggiore impegno, Source Code vede tuttavia come unica ‘star’ del cast il bravissimo Jake Gyllenhaal, che ribadisce la sua inclinazione per le storie fantastiche di forte impatto emotivo e ricche di tematiche importanti. Suo è infatti il ruolo del protagonista, il capitano Colter Stevens coinvolto, mediante la partecipazione al progetto scientifico ‘Source Code’, nella ricerca di un attentatore che deve essere assolutamente fermato per evitare una terribile strage. Il suddetto progetto prevede la possibilità di appropriarsi dell’identità di un’altra persona per pochissimi minuti – quelli immediatamente antecedenti l’attentato – e di utilizzarli per acquisire informazioni di importanza vitale, magari arrivando a smascherare l’attentatore. Questo, quindi, il compito del nostro capitano; benchè la sua carriera si sia peraltro già interrotta in altre circostanze che vengono poi chiarite, egli dedica all’incarico assegnatogli ogni sforzo possibile. Da questi pochi accenni alla storia – dire di più andrebbe solo a danno di quanti non hanno ancora visto il film – si comprende che la regia deve essere improntata alla massima velocità e alla massima tensione, cosa che a Jones riesce perfettamente. L’attenzione dello spettatore resta concentrata per tutto il tempo, proprio come, ultimamente, è accaduto forse solo con Inception. In comune con quest’ultimo Source Code ha anche la spettacolarità di certe scene, pur senza il visibilio di effetti speciali che caratterizzava la pellicola di Nolan. Nel lavoro di Jones, una maggiore linearità della vicenda, nonostante il sovrapporsi di diversi piani temporali, favorisce il godimento senza lo svantaggio di eccessivi sforzi di comprensione.

Ma Source Code, lungi dall’essere il classico ‘action movie’, è anche un film sull’esistenza umana e sulla morte: esso è pervaso dall’infinita brama di vivere di chi, purtroppo, è costretto ad arrendersi all’evento più difficile da accettare: qualcosa che l’individuo può cercare di ostacolare, ma quando non può più fermarlo, deve accoglierlo ‘virilmente’, ingoiando il rimpianto delle occasioni perdute. La morte peraltro non è un fatto definitivo e non sancisce un distacco radicale ma è strettamente legata alla realtà: infatti vi è comunque una possibilità – o una speranza? – di intervenire per modificare quest’ultima e, ove permesso, migliorarla. La morte, infine, non è assenza di pensiero, spazio e sentimenti, perché il ricordo struggente degli affetti non svanisce, come non svanisce – nella coscienza del distacco – il desiderio di confortare chi ci ha amato. Non che manchi la consapevolezza dell’ineluttabilità della separazione: questa giustifica tutto l’impegno profuso per impedire lo spreco inutile di vite, che devono essere tutelate perché siano trascorse “dando valore a ogni singolo istante”, come dice in una memorabile scena uno dei personaggi principali. Ma quando la morte alla fine giunge, non vi è altra scelta eticamente o scientificamente giustificabile: bisogna lasciar andare, consentire che si possa finalmente riposareues.

Source Code è inoltre un film sull’amore, sentimento che non ha limiti perché oltrepassa il tempo, lo spazio e addirittura la sostanza materiale di una persona. Esso può definirsi l’incontro di due anime e anche se, come in questo caso, dura in effetti pochi minuti, ha la forza travolgente di un destino. E’ vero amore – proprio al confine tra la vita e la morte – quello che spinge il protagonista a compiere ogni tentativo possibile per salvare una donna di cui non sa nulla; è sempre amore, seppur di altro genere, quello che lo induce a telefonare al padre sofferente per trasmettergli un messaggio di conforto e speranza. Jones, dopo Moon, si avvicina da un lato a Kubrick e dall’altro a tutta la fantascienza migliore, con la sua capacità di parlare al cuore dello spettatore di temi impegnativi e di grandi interrogativi che riguardano l’uomo, mediante un genere legato normalmente alla spettacolarità degli effetti speciali. Questa, del resto, è la caratteristica che distingue  l’opera di Jones da quella cui è stata più di frequente paragonata, cioè Déjà vu – Corsa contro il tempo: pur essendoci qualche somiglianza fra le due trame, la pellicola di Tony Scott non è che un ‘action movie’.

Source Code, infine, è un film sulla scienza e sul limite etico che essa deve darsi, ponendo l’uomo sempre al centro. A rappresentare quest’ulteriore tema e a risolverlo nell’unico modo accettabile vi è il personaggio di Goodwin, interpretato dall’algida Vera Farmiga. E’ lei infatti, in un certo senso, a ribadire che la nostra vita non può appartenere ad altri e non può essere da altri utilizzata: l’esistenza del singolo può diventare parte di un progetto solo per scelta personale, ferma restando la libertà di gestire quel progetto in base al proprio modo di sentire.

Source Code contiene in pratica spunti a volontà sui quali riflettere, ma non è didascalico: il film resta in primo luogo una grande prova di cinema, da godere minuto per minuto.

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