Crown Of Autumn: Splendours from the dark

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Sono trascorsi tredici anni dalla pubblicazione dell’eccelso “The treasures arcane”, ed ecco che il vessillo dei CoA viene nuovamente issato gagliardo nell’aere che risuona ancora degli echi della battaglia appena cessata! Quel disco segnò davvero un picco di epica eleganza nell’ambito del metal più estremo, coniugando con grande spontaneità atmosfere solenni all’urgenza tipica del black più bellicoso, venendo inoltre rappresentato da una cura grafica che non trovava pari nemmeno oltre confine, in lande ben più aduse a tali espressioni. Emanuele Rastelli ha trovato nel validissimo e perito skin-beater Mattia Stancioiu (Labyrinth, Vision Divine, Mandragora Scream nel suo nutrito curriculum) un ottimo commilitone, come dimostrato dal progetto Magnifiqat (e de “il più antico dei giorni” si riscontra un lascito importante tra i solchi di Splendours from the dark), completando la formazione con la voce di Gianluigi Girardi e con quella dell’ospite Milena Saracino (una interpretazione spontanea e fresca la sua, non mero dettaglio). La delicatezza di quadri elegiaci come “Ultima Thule” rimanda agli Shine Dion, mentre l’irruenza dell’opener “Templeisen” viene mitigata da stacchi acustici che rimandano all’innata classe dei Warlord. A differenza di altri omologhi, Splendours from the dark non soffre di ridondanza o, peggio, di sclerosi, evitando la plumbea tetraggine alla quale molti ricorrono, ammantandone le loro produzioni nel vano tentativo di apparir a tutti i costi guardiani di chissà quali integralismi sonori. Ecco perché citavo il seminale combo di Zonder/Tsamis, le ambientazioni progressive di Splendours from the dark non sono velleitarie manovre atte a confondere l’ascoltatore, bensì parti integranti della scrittura (si ascoltino “In the garden of the wounded King” e “Ye cloude of unknowing”, paradigmi di uno stile perfezionato ed identificabile). Come indicato dal titolo, l’opera è finemente dark e ne celebra gli splendori, di un’epoca trascorsa (come fu nel debutto) che può ancor venir attualizzata senza apparir fuori contesto. E’ evidente che Rastelli e Stancioiu hanno voluto offrire ben più che un comune disco di epic metal estremo, episodi come “Noble wolf” ed “At the crystal stairs of Winter” non possono essere frutto della precipitazione, d’altronde se quasi tre lustri sono passati dall’esordio (ristampato sempre dalla attenta My Kingdom Music in versione allargata comprendente la demo del ’96 “Ruins”), la variabile Tempo deve essere stata considerata come una opportunità, allo stato del risultato direi sfruttata appieno. Un ritorno inaspettato (la mia speranza andava spegnendosi di pari passo coll’assenza di notizie), per questo ancor più apprezzato, dagli eccellenti contenuti che non possono essere assolutamente ignorati!

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