Pendragon: Passion

0
Condividi:

Se il precedente “Pure” aveva introdotto decisi elementi innovativi all’interno del classico repertorio dei Pends, il presente Passion da un lato ne amplifica la portata di rottura, mentre dall’altro ricupera alcuni elementi fondanti del particolare sound dei britannici. “Pure” era figlio del difficile periodo vissuto dal band-leader Nick Barrett, tanto che per più d’un episodio la comparazione con le immaginifiche coloriture che caratterizzavano gli episodi più importanti della loro discografia poteva apparir esercizio di assai ardua risoluzione (elettronica, rock allo stato primevo e quasi spoglio d’ogni orpello prog e tratti marcatamente glam settantiano screziavano la superficie di quel disco), e come tale andava considerato. Passion poggia ancora su tratti chitarristici marcati (“Empathy”), ma è capace di distendersi leggiadro ed affrontare lunghezze considerevoli senza mostrar affanno (la suite “This green and pleasant land” scelta addirittura come singolo supera i tredici minuti), liberando la forza espressiva del batterista Scott Higham, assolutamente a suo agio nel ruolo che fu dello storico Fudge Smith (i fendenti di “Skara Brae” evidenziano personalità e tecnica), e sopra tutto esaltando vieppiù le tastiere imponenti, magniloquenti ed auto-indulgenti di un Clive Nolan ispiratissimo (ed affiorano le tentazioni pomp-prog che l’infaticabile key-man applicò con cura cogli Arena). Quanto siano lontani i tempi di “Kowtow” e di “The jewel”, ma pure di “Not of this world” lo chiarisce il chitarrismo robusto di “Feeding frenzy” più aderente al canone-Threshold che a quello del pendragone, eppure il gruppo è lo stesso, solo che ha imboccato un percorso di rigenerazione che potrà essere lungo ed irto di difficoltà, ma che appare assai naturale, passaggio obbligato di qualsisia complesso che vanti una lunga durata (e che non voglia ripetersi all’infinito, questi non sono i Rolling Stones, né nel portafoglio e nemmeno nell’integrità artistica). Fu così per i Marillion, lo è stato in parte per i cugini IQ, ecco allora che i riverberi a la Porcupine Tree e le impennate sinfoniche di matrice Queen (sempre “Feeding frenzy”) non devono scandalizzare nessuno, anche se il passato non viene assolutamente rinnegato (“Your black heart” e “It’s just a matter of not getting caught” dall’incipit degno discendente in linea diretta delle prime produzioni barrettiane, poi s’incattivisce senza però esagerare). Passion rappresenta opportunamente i Pendragon del passato e del presente, lasciando intuire quelle che saranno le rotte future che la ciurma di Nick Barrett seguirà, con maggior coraggio rispetto agli anni trascorsi (ed agli inizi decisamente troppo pinkfloydiani) e forte di una determinazione e di una storia che pochi possono vantare. Potrei anche sbilanciarmi e proclamarlo miglior loro opera di sempre, ma per ora mi trattengo, certo che a fine anno, in sede di compilazione di playlist, di Passion non mi scorderò!

Per informazioni: twitter.com/PendieHQ
Web: http://www.pendragon.mu
Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.