“Poetry” di Lee Chang-dong: alla ricerca della poesia

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Uscito fin dallo scorso aprile e recuperato dalla sottoscritta in extremis prima che sparisse velocemente dalle sale, Poetry è l’ennesimo piccolo miracolo di una cinematografia ‘orientale’ che ha saputo produrre numerosi imperdibili gioiellini. Ecco il motivo per scegliere di parlarne, anche se con un po’ di ritardo. La ‘poesia’ non a caso è il titolo di questo struggente film sudcoreano: è quanto vi si respira per tutto il tempo, dall’inizio alla fine. L’opera offre dunque l’opportunità di una riflessione importante in un mondo dove certi valori risultano superati, quasi risibili e chi dia loro spazio appare isolato se non disadattato.  Qui la poesia è l’oggetto di una ricerca lunga e difficile, resa ancor più dura da molte difficoltà materiali: la pena quotidiana, l’ansia per la sopravvivenza, lo squallore delle relazioni interpersonali… Ma trovarla è fondamentale: lo sa bene, la protagonista del film, che la desidera con un’intensità pari solo alla sua semplicità, un’intensità sconosciuta forse agli stessi poeti, che magari la posseggono per dote naturale o per mestiere. Mija cerca la poesia con impegno e dedizione; non sa che in realtà l’ha già con sé, per come sa vivere la vita immedesimandosi nel prossimo e avendone cura, sempre con il suo sorprendente quanto umile sorriso sulle labbra. Così frequenta un corso che dovrebbe insegnarle a comporre poesia: nuovi orizzonti le si aprono, le lezioni la aiutano a comprendere, a tirare fuori ciò che ha dentro. Infatti all’ultimo, quando tutti i partecipanti dovranno cimentarsi, finalmente, a scrivere i loro versi, Mija sarà l’unica a riuscire nell’intento.

La delicata ‘levità’ di Lee Chang-dong, regista  giudicato solitamente un ‘realista’ – al suo paese ha addirittura ricoperto, per un periodo, l’incarico di ministro della cultura – ha potuto in questo modo fare della storia drammatica di un’anziana sola, povera, ammalata di morbo di Alzheimer e con un nipote ribelle a carico, una specie di idillio malinconico e umbratile, in cui le espressioni della strepitosa attrice Yun Jung-hee trasmettono pacata dolcezza  e insieme distacco. L’esistenza di Mija è tragica per molti aspetti: la malattia che la affligge già si manifesta con i primi, allarmanti sintomi; ha su di sé la responsabilità dell’educazione del nipote adolescente che la figlia le ha affidato e con il quale il rapporto è decisamente problematico; per poterlo mantenere è costretta ad un gravoso lavoro di badante. La poesia la accompagna sempre, ma non nasconde al suo sguardo le brutture, lo squallore e soprattutto il cinismo della società circostante, contro il quale lei anzi prende fermamente posizione, rifiutandosi di seppellire nel silenzio, per mezzo del vile denaro, la sofferenza di una ragazzina che la violenza di un gruppo di compagni, tra i quali proprio suo nipote, ha spinto alla morte. Il film, costruito ‘circolarmente’, si apre e si chiude con la visione dell’acqua in cui il corpo di questa innocente è stato ritrovato: si tratta di scene bellissime, come lo sono del resto tutte quelle che ritraggono campagne e paesaggi rurali, ampi spazi in cui la natura ancora regna sovrana e la poesia sembra proprio ‘abitare’, stabilendo con la protagonista un legame speciale. La regia lenta e meditativa, tipica di tanto cinema ‘orientale’, asseconda questa struttura, quasi ‘dispiegandola’. Mija ama i fiori: gode nel vederli e spesso indossa tessuti fiorati che le conferiscono un commovente aspetto ‘d’altri tempi’. Comprende che la poesia nasce da una visione approfondita delle cose, dall’osservazione, da un punto di vista privilegiato, di elementi che sono sotto gli occhi di tutti senza essere afferrati da nessuno. Ella è dotata di una misericordia profonda perché sa compenetrarsi con gli altri e prendere su di sé il loro dolore, sa condannare la superficialità e l’egoismo da cui è circondata: tutto questo sotto il fardello di una malattia che inesorabilmente danneggia le sue facoltà intellettuali ma che in realtà non sembra incidere sulla sua umanità; infatti resta un po’ sullo sfondo, ricordata solo dalle visite mediche cui ella è costretta a sottoporsi o da quella specie di tenera sventatezza che pare più una caratteristica del carattere che una patologia; il morbo c’è, è lì con la sua latente minaccia, ma non ha lo scopo di conferire alla vicenda di Mija un alone ‘patetico’: ciò che si prova per lei non è pietà ma ammirazione. Mentre pare quasi scivolare con leggerezza fra gli eventi, anche quelli più drammatici, vivendoli invece profondamente, la nostra protagonista consegue alla fine il risultato che ha tanto cercato: mettere in pratica la sua ‘lezione’ scrivendo bellissimi versi. Pur se il suo futuro è fatto, molto probabilmente, di oscurità e solitudine, questa donna rifiuta il vuoto della dilagante inutilità, non rifugiandosi nel sogno ma cogliendo nel reale la bellezza di cui ha un vitale bisogno, senza rinunciare alla sua limpidezza e alla sua integrità morale.  ‘”Bellezza è verità, verità bellezza,” –  questo solo / Sulla terra sapete, ed è quanto basta’: queste parole di Keats avrebbe potuto sottoscriverle anche Mija, se non fosse stata che una persona semplice e poco istruita. E’ un messaggio sempre significativo, più che mai nella nostra epoca, in cui l’arte e la cultura vengono mortificate in nome di valori molto discutibili; un messaggio che vale la pena accogliere e spero possa attrarre coloro i quali, in qualche sperduta arena estiva, dovessero imbattersi nel film di Lee Chang-dong.

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