“When you’re strange” di Tom DiCillo: fra rabbia e nostalgia

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Nonostante tutti conoscano le loro canzoni, i Doors devono essere veramente passati di moda se ci sono voluti 2 anni per far arrivare in Italia questo film/documentario che, con affetto ma anche con una certa obiettività,  ne analizza la parabola ascendente e discendente. L’opera è uscita da noi il 21 giugno, praticamente in simultanea al cinema e in DVD, ma nelle sale si è solo ‘intravista’ e solo i fan più ‘tempisti’ – tra i quali la sottoscritta – sono riusciti a godersela sul grande schermo. Il regista, l’americano Tom Dicillo,  si è formato come fotografo negli anni ’80 e proviene dalla scena ‘new wave’ newyorkese: collaboratore di Jim Jarmush, si è poi messo ‘in proprio’ girando un paio di pellicole nell’ambito del cinema indipendente. Ha sempre amato la musica dei Doors che, secondo una sua dichiarazione, è per lui “l’equivalente rock del cinema stesso: contiene il dramma, il sesso, la poesia e il mistero”; per questa ragione ha scelto di realizzare un lungometraggio in cui raccontare la loro storia nel modo più veritiero possibile, ovvero utilizzando solo ed esclusivamente materiale video autentico – anche inedito! – e rimontandolo in modo da tratteggiare, oltre alla controversa ed affascinante figura di Jim Morrison, anche gli altri componenti del gruppo, molto poco presenti nella pellicola a loro dedicata nel 1991. Per questo ed altre ragioni, The Doors di Oliver Stone fu infatti molto criticato dagli estimatori della band, mentre Manzarek e gli altri non vollero neanche riconoscerlo; stavolta, invece pare abbiano pienamente appoggiato il lavoro di Dicillo. Oltre a raccontare la nascita e la carriera di un gruppo fra i più importanti del rock, il film si sofferma anche sulle caratteristiche di quella generazione di cui i Doors sono stati interpreti così efficaci e la cui influenza è andata ben al di là dei confini americani: i giovani della fine degli anni ‘60 e inizio degli anni ’70, i loro sogni, la loro ansia di oltrepassare i limiti e liberarsi, in sostanza l’alba di tempi nuovi e di nuove idee. La vicenda dei Doors è ben collocata su questo sfondo, lo spiega e ne è spiegata; essa non avrebbe potuto svolgersi in un altro momento e in un altro luogo, tanto è strettamente legata a quel glorioso ed intenso momento.

La figura di Jim Morrison, un giovane come tanti, se vogliamo, eppure diverso per un’inquietudine che lo spinse, purtroppo, lungo strade che fu poi troppo difficile abbandonare, si staglia emblematica facendo ben comprendere come i Doors abbiano avuto la capacità e il magnetismo di trascinare dietro di sé un pubblico che li amava e che si identificava con loro, giovani galvanizzati dalla sensibilità di Jim e, al tempo stesso, dalla sua beffarda trasgressività. Questo pubblico seguì il suo idolo fin dove potè, ma dovette poi ritrarsene quando lui imboccò, solo, il labirinto oscuro dal quale non fece più ritorno.

Morrison morì, come molti altri ‘eroi’ di quel mondo e di quel tempo, a soli 27 anni, in un modo che lasciò molti interrogativi senza risposta e ancora oggi suscita malinconia e rimpianto per tanto spreco di giovinezza, bellezza e intelligenza: chissà quanto ancora avrebbe potuto darci! Icona della ricerca della libertà, nella vita e nell’arte, simbolo di ribellione e di purezza, colto ma famoso più per le sue intemperanze che per la sua sensibilità artistica, egli appare in questo film come un personaggio in costante movimento e, da una certa fase della sua vita in poi, imprigionato in un vortice velocissimo che, volente o nolente, ha percorso fino in fondo da solo. Inizialmente idolo delle folle, all’epilogo della sua storia fu a malapena ‘tollerato’ perfino dagli amici e dai compagni della band, preoccupati – a ragione! – per la via da lui intrapresa. I giovani volevano da lui solo Light my fire, Morrison scriveva poesie bellissime che sono state apprezzate solo molto tempo dopo e, soprattutto, perseguiva ostinatamente la strada dell’autodistruzione, ‘esagerando’ sotto ogni aspetto fino a raggiungere – come volevasi dimostrare! – la propria fine. Nel celebre pezzo The end, che si dice derivata da una rottura sentimentale ma che tanto altro ha significato, la fine era infatti “beautiful friend”

When you’re strange rispetta la verità storica di una vita a metà tra realtà e mito ma è anche una dichiarazione d’amore. Il materiale utilizzato da Dicillo è ricco ed interessante, una testimonianza preziosa per chi si sente legato alla musica dei Doors. Accolto a suo tempo molto positivamente e premiato ai ‘Grammy’, il film, come accennato, è stato distribuito con difficoltà, nonostante nella versione italiana la voce narrante sia quella di Morgan – personaggio piuttosto popolare da noi – che ha cercato con molta buona volontà e risultati accettabili di sostituire il carisma di Johnny Depp nell’originale. Il risultato è tutto da vedere e, soprattutto, da ascoltare, ingoiando la nostalgia.

Nota: mentre scrivevo le ultime righe ho appreso la notizia del decesso – a 27 anni! – di Amy Winehouse…

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