“Hanna” di Joe Wright: gioventù ‘da guerra’

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Esce un po’ in sordina nel soporifero agosto l’ultima creazione di Joe Wright, noto per Orgoglio e pregiudizio e, soprattutto, Espiazione, entrambi tratti da celebri romanzi. In questo caso, su una sceneggiatura originale firmata da David Farr, Seth Lochhead e da lui stesso, il regista si cimenta in un’operazione completamente diversa, di certo intelligente e sperimentale ma non necessariamente votata al successo: muovendosi fra il thriller, il fantasy e l’‘avventura mozzafiato’ ma senza centrare nessuno di questi generi, Hanna colpisce principalmente per la presenza di una protagonista – la giovanissima attrice Saoirse Ronan che alcuni hanno già avuto occasione di apprezzare in Amabili resti di Peter Jackson – destinata ad affascinare o, in ogni caso, a rimanere impressa nella memoria dei distratti spettatori cinematografici di questo ‘sonnolento’ periodo dell’anno. L’interpretazione della Ronan, che impersona una ragazzina educata dal padre a diventare una specie di macchina da guerra, in quanto dotata di capacità e caratteristiche fisiche e psicologiche tali da far invidia ad un combattente di professione, è notevole per varie ragioni  ed insuperabile nell’oscillare fra la freddezza e l’assenza di sentimenti del killer e le fragilità e i bisogni affettivi di una bambina. Hanna è ignara delle cose del mondo come può esserlo una creatura appena uscita dal ventre materno ma è consapevole proprio degli aspetti  che non si vorrebbe mai far conoscere ai giovanissimi: sopraffazione, mancanza di scrupoli e, soprattutto, violenza, quella più crudele ed immotivata, incomprensibile perché generata dagli adulti in base ad una logica che essi stessi trovano complicato gestire. Lasciando vagare intorno a sè il suo sguardo trasparente e distante, Hanna dimostra di non avere familiarità con i meccanismi delle relazioni umane e nonostante l’abitudine alla brutalità e l’accettazione del suo uso indiscriminato, mantiene una sorta di innocenza che la rende purtroppo ben manovrabile dagli altri, cieco strumento di vendette e battaglie non sue, per le quali è stata a sua insaputa concepita e ‘prodotta’. Ma proprio il contatto con la realtà vera, che fino ai 16 anni non aveva conosciuto, mina certezze e porta nuove cognizioni: la scoperta che fra le varie possibilità di relazionarsi con il prossimo esiste anche l’amicizia, il bisogno che ne prova, l’esperienza di altri sentimenti che a tutti paiono normali tranne che a lei. Hanna è nata diversa per scopi diversi ed è stata privata a priori dei giardini dorati dell’infanzia.

Molti hanno visto in questa figura  proprio il simbolo della fanciullezza violata, della perdita dei riferimenti fondamentali e della sofferenza che ne deriva e si può, tutto sommato, essere d’accordo. Ma in Hanna c’è anche qualcosa dei replicanti di Ridley Scott: solitudine, disadattamento, acuto senso della propria alterità e dell’ostilità che questa desta negli altri.

Una serie di personaggi le fanno da contorno, in particolare il ‘padre’ tanto bramoso di vendetta quanto incapace di comprendere i moti dell’animo della figlia ed un’esponente dei Servizi segreti dura e  senza scrupoli: quest’ultima ha l’algido volto di Cate Blanchett, che dimostra ancora una volta di sapersi abilmente trasformare da angelo degli elfi a mostro di crudeltà senza alcun problema.

Le capacità ed il carisma degli attori, la regia abile nel muoversi velocemente fra registri totalmente diversi fra loro – l’atmosfera onirica dei boschi innevati scenario della ‘formazione’ della piccola protagonista e il ritmo convulso degli inseguimenti in svariati siti fino ad approdare in una irreale Berlino – tenendo desto l’interesse senza creare disorientamento, tutto questo ‘regge’ molto bene l’intero film. Se la sceneggiatura fosse stata all’altezza avremmo avuto l’opera perfetta.

Il testo, invece, fa acqua in molti punti e, nonostante l’impegno da tutti profuso, emergono tali e tante inverosimiglianze da far letteralmente scatenare certa critica che, con zelo, ha addirittura evidenziato alcune scene involontariamente scivolate nel comico. L’atteggiamento giusto da assumere di fronte alla storia è, probabilmente, quello di considerarla una specie di ‘fiaba fantasy’, in cui non è possibile giustificare ogni dettaglio sul piano della ragione. Wright, dopo aver dimostrato nelle precedenti pellicole una sensibilità per la letteratura che lo distingue fra i registi, inciampa proprio sulle ingenuità di un testo che si sforza comunque di ‘nobilitare’ con tutti gli accorgimenti del suo buon mestiere, inclusa la pregevole fotografia di Alwin H. Kuchler. Il risultato è un film che funziona e sa anche affascinare lo spettatore incline a lasciarsi andare alle emozioni ed al flusso coinvolgente della vicenda, perdendosi nel ceruleo sguardo della Ronan. Chi vi cercherà invece motivazioni razionali o logiche resterà indubbiamente deluso.

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