“I segreti della mente” di Hideo Nakata: computer e verità

0
Condividi:

Non è probabilmente un film che susciterà un vasto clamore questo I segreti della mente – ancora una volta, in verità, è il titolo originale Chatroom a rendere giustizia al contenuto della pellicola – che il mitico Hideo Nakata, regista di Ringu, ha presentato l’anno scorso a Cannes. Uscito da noi lo scorso 2 settembre, ha trovato finora scarsa ospitalità nelle sale e non ha ricevuto grande plauso fra gli specialisti del genere, delusi forse dalla totale assenza di spettri e maledizioni demoniache. Eppure Nakata non si è allontanato molto da una delle tematiche cha ha già trattato in passato: i pericoli insiti nella tecnologia e nei mezzi di comunicazione di massa che possono facilmente prendere il predominio su individui fragili e carenti sul piano affettivo, tenendoli in pugno e sconvolgendo le loro esistenze. La vicenda del film è reale e concreta ed i protagonisti – adolescenti visibilmente sbandati e soli, insoddisfatti del loro contesto di vita – non si trovano a fronteggiare orride visioni ma se stessi e gli abissi della loro anima. Il ritratto del popolo delle ‘chatrooms’ risulta davvero agghiacciante: tristissimi i motivi che lo spingono a scegliere di comunicare e dunque vivere ‘online’ ove, in assenza di persone e di contatto fisico, le relazioni si sviluppano in modo falso e mistificatorio; desolante che siano proprio dei giovanissimi – anche se probabilmente si può ben comprenderlo! – a ricercare calore e sentimenti in un mondo irreale, non potendo evidentemente riceverli dalla vita intorno a loro. Ma l’illusione che essi creano è destinata a diventare la loro minaccia, anzi essa può portarli alla morte.

Il tema non è certo nuovo: sia il cinema che la letteratura si sono occupati in anni recenti di tragedie nate e concluse su Internet. La vicenda narrata da Nakata – tratta da un’opera teatrale dell’irlandese Enda Walsh – è peculiare per la competenza con cui egli affronta la problematica giovanile: i cinque protagonisti della pellicola rappresentano esemplarmente e con una verosimiglianza da impressionare cinque forme di disadattamento grave. Questa è la base della loro totale dipendenza dalla ‘chat’: circondati da un invalicabile muro che essi stessi si sono costruiti, credono di aver conquistato uno spazio nel quale poter essere compresi e sostenuti e dove potersi liberamente manifestare. Ma questo spazio nasconde delle insidie e può essere utilizzato fraudolentemente non solo dai soliti ‘malintenzionati’ ma anche da coloro che sono ‘malati’ nel profondo, affascinati dalla morte che perseguono minacciando l’incolumità propria e altrui. In effetti uno dei personaggi del film, William, appartiene proprio a questa categoria di persone e, dotato di una specie di attrazione magnetica, tiene praticamente in ostaggio tutti gli altri, scuotendo in particolare la debole psicologia di un giovane del gruppo, già tormentato a sufficienza nella realtà da traumi e depressione. William ritiene il suicidio l’affermazione massima della propria libertà, la dimostrazione che la vita non appartiene a nessuno se non a chi l’ha ricevuta e che quindi si può farne ciò che si vuole, anche distruggerla in barba ai propri nemici o – guarda caso! – agli stessi genitori. Grazie al carisma che gli è proprio, egli trasmette la sua idea agli interlocutori, influenzandoli in vari modi. Del resto, quanti ragazzi più o meno ‘maturi’, anche solo in qualche momento di crisi, non sono stati presi da questi pensieri, non hanno dovuto fare i conti con i loro incubi?

Chi trovasse questa trama un po’ troppo esile si rassicuri: il film prende fin dai primi minuti e la tensione diviene a volte quasi insostenibile. La posizione del regista rispetto all’utilizzo del computer come strumento per instaurare relazioni virtuali è coerentemente negativa e Nakata ha classe a sufficienza per non sapere che molti avrebbero considerato reazionaria e fuori moda la sua condanna degli usi scorretti della rete; tuttavia, le accuse di coloro che hanno ritenuto il messaggio del film pedantesco e bigotto sono a mio avviso totalmente infondate: qui risulta evidente la differenza tra la rete come supporto della vita sociale e il capzioso ricettacolo di ansie, disperazione e solitudine con i rischi cui espone gli utenti. Il fatto che, dopo aver raggiunto il suo acme, la storia si risolva spostando i protagonisti dal mondo virtuale a quello reale è ovvio e anche doveroso: in fondo è quello che dovrebbe accadere sempre.

L’idea trasmessa da Nakata potrà certo provocare dibattiti all’infinito. La brillante regia con la quale egli ha saputo renderla dovrà tuttavia essere riconosciuta: basti dire che, ne I segreti della mente,  le ‘chatrooms’ sono stanze vere, ma quanto diverse dagli ambienti normali! Colori accecanti, confusi corridoi che disorientano, percorsi in fretta da figure che si perdono in una musica inquietante (ma bellissima!), tappezzerie barocche, sedie disposte a caso che attendono di venire occupate… quando entrano in ‘chat’ i protagonisti, anche se ben riconoscibili, appaiono lievemente differenti, assumendo, per così dire, l’aspetto del personaggio che vanno a rappresentare.

Ecco, Hideo Nakata è riuscito a dare al web una forma tangibile con muri, oggetti ed abitanti ed ha creato immagini destinate a non essere facilmente dimenticate, soprattutto da chi del web sia un frequentatore abituale.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.