“This is England” di Shane Meadows: quando la felicità è una testa rasata

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E’ valsa la pena attendere cinque anni circa – i tempi italiani, si sa, sono quanto meno singolari – per vedere questo gioiellino del cinema indipendente inglese ideato dal giovane Shane Meadows, classe 1972, regista di umili origini e determinato a inserirsi nella tradizione del film d’impegno già avviata da Ken Loach e Mike Leigh. This is England, dunque, dopo aver ‘rimediato’ il Premio Speciale della Giuria alla prima edizione del Festival di Roma nel 2006, per motivi ‘commerciali’ (sic!) non ha potuto essere distribuito da noi fino all’agosto del 2011. Benchè sia ambientato negli inquieti anni ’80, la pellicola offre molti motivi di riflessione su tematiche ancora piuttosto attuali. La vicenda del film corre peraltro su un doppio binario: da un lato la problematica sociale legata alla condizione della Gran Bretagna sotto la politica conservatrice di Margaret Thatcher, dall’altro la storia di ordinario disadattamento del giovane protagonista che ci troviamo a seguire in un complesso e doloroso processo di maturazione e conquista dell’autonomia personale. Meadows sviluppa abilmente i meccanismi relazionali delle ‘bande’ e le loro dinamiche interne, i modi con i quali i giovani riescono a colmare i vuoti affettivi nati dalla solitudine, dall’incomprensione degli adulti e dal disagio sociale, come se li conoscesse a fondo.

Shaun è il classico ragazzino solitario e goffo: i compagni lo deridono, gli insegnanti non lo sostengono, la mamma, rimasta sola dopo la perdita del marito nella guerra delle Falkland (!), è presa da svariate problematiche… L’incontro con un gruppo di scalcinati ‘skinhead’ che lo adotta come ‘mascotte’, diviene per lui decisivo. Efficace la descrizione della ‘sotto-cultura’ skinhead, dalla quale ebbero purtroppo origine – deviando! –  altri movimenti molto meno innocui. Il ragazzo riesce comunque finalmente a realizzare il suo massimo desiderio, quello di essere accolto in un ambiente che lo accetta per come è, in cui sentirsi libero e, soprattutto, parte di qualcosa, non importa cosa sia. Il contesto così favorevole aiuta Shaun a sviluppare le proprie potenzialità e lo rende più spigliato nelle relazioni con la gente, perfino con le ragazze. Resta un unico grosso nodo che egli non riesce a sciogliere: più che un nodo, è un ‘grumo’ di sofferenza che si è formato con la morte in guerra del padre. Proprio a causa di questo irrisolto malessere interno, Shaun si lascia infine persuadere a seguire un provocatore dalle idee molto pericolose che si è insinuato all’interno del gruppo destabilizzandolo. Ma anche questa fa parte delle prove da superare per diventare ‘grandi’, la tappa di un ‘viaggio’ di formazione la cui meta finale è la crescita, ma non necessariamente la serenità.

Thomas Turgoose, esordiente in questo film, interpreta il ruolo del protagonista con abilità e partecipazione. Aveva solo tredici anni all’epoca della produzione e il mondo del cinema – si dice – non lo interessava troppo. Si presentò ad un’audizione soprattutto per curiosità e questa scelta gli cambiò la vita.

Fa da sfondo alla vicenda di This is England un’Inghilterra che molti ricordano: la politica della Thatcher, la guerra delle Falkland di cui si diceva, il conservatorismo della ‘Lady di ferro’ che andò di pari passo con l’impoverimento della nazione e la conseguente rabbia. Sono davvero solo immagini di un altro tempo? Non si tratta invece di fasi della storia destinate periodicamente a ripresentarsi?

Resteranno di certo impresse nel ricordo le grigie – ma quanto suggestive! –  immagini dei sobborghi di Nottingham, che attestano il legame sempre vivo del regista con le ‘East Midlands’, dove egli è cresciuto: periferie malinconiche come senza scopo in cui non possono che vagare creature solitarie che, chiuse nella loro infelicità, sperano in una svolta.

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