Cristian Borghetti: “Tre volte all’inferno”

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Sulla bellissima copertina del volume di Cristian Borghetti – vi si possono infatti ammirare gli splendidi occhi di un gatto nero, fin dal Medioevo simbolo di malasorte – campeggia la scritta di Alan D.Altieri ‘la nuova frontiera del gotico’. Al di là delle solite etichette, i tre racconti lunghi contenuti nel libro rappresentano, a mio avviso, un tentativo originale di incursione nell’horror puro di cui, qui da noi, non vi sono poi tantissimi esempi.

Giunto al suo secondo lavoro dopo una prima raccolta di racconti pubblicata circa cinque anni fa, Borghetti, del quale si conosce la formazione umanistica, si dimostra scrittore colto ma, più di questo, un buon conoscitore di incubi, nel suo volersi evidentemente inserire nella tradizione che ebbe in Poe e Lovecraft i suoi simboli maggiori. L’atmosfera che pervade tutto il libro è decisamente ‘nerissima’, ma il suo autore non fa semplicemente dell’epigonismo e il suo stile è indiscutibilmente italiano. Ciò che ha suscitato le critiche più pungenti è stata la sua preferenza per una scrittura molto ricercata, quasi dotta, che lì dove la trama si fa più visionaria risulta poco scorrevole, anzi, decisamente difficile.

Che il linguaggio usato da Borghetti sia inusuale e ricco di termini desueti è evidente a prima vista, ma ciò che ha provocato tanto malumore, non so perché, a me è apparso un pregio. Un genere come l’horror, da sempre mortificato da brutte edizioni e pessime traduzioni di bestseller americani, può trarre solo giovamento dalla scelta  di uno stile curato e di una patina un po’ ‘vintage’. Avrei soltanto preferito un ‘editing’ un po’ più accurato: alcune sviste che potevano tranquillamente evitarsi disturbano qua e là il piacere della lettura.

Il primo e il più lungo dei racconti, Il bacio di Medusa, ha un’ambientazione ottocentesca, geograficamente italiana, per quanto indefinita: all’interno di una dimora nobiliare si ricerca un terribile assassino, distruttore di fanciulle innocenti. La caccia ha un andamento, per così dire, circolare: alla fine ritorna lì, dove era iniziata, cioè all’interno della rinomata famiglia in cui si celano orridi segreti. La raffinatezza della lingua ben si adatta ad illustrare le caratteristiche degli aristocratici protagonisti e crea un inquietante contrasto con l’efferatezza delle azioni che hanno luogo nella tenuta di Bosco Oscuro. Seppur con garbo, Borghetti dà qui fondo a tutto il repertorio possibile in materia di sangue e perversioni sessuali, echeggiando a volte De Sade molto più che Poe; così facendo, egli elabora peculiarmente il conflitto alla base di ogni horror che si rispetti: quello tra bene e male, in questo caso tra corruzione estrema e purezza dell’ideale. L’effetto agghiacciante di certe scene è assicurato!

Il canto di Lucifero, il secondo racconto, è a detta di tutti il più pregevole del volume e in effetti è anche quello con una trama più lineare, quindi scorre molto meglio. L’ambientazione è sempre ottocentesca ma gli incubi si spostano in Francia, dove un autore di teatro resta coinvolto durante la rappresentazione di una sua opera in un’inspiegabile strage e si ritrova vittima delle violenze della Santa Inquisizione. Senza comprenderne il reale motivo – ma intuendolo grazie alla presenza di una demoniaca figura femminile – il protagonista vive una sconvolgente esperienza che lo condurrà letteralmente all’inferno.

L’ultimo racconto, Il labirinto del basilisco, è sicuramente il più complesso per l’ambiguità creata ad arte tra piano reale e visione onirica. La storia oscilla infatti fra il viaggio di ricerca e il sogno e gli omicidi su cui si investiga sono solo lo sfondo dei vagabondaggi di un uomo misterioso ossessionato da figure inquietanti e mostruose, fra cui un orribile basilisco, e che tuttavia non teme la morte e l’oscurità. Nelle ultime pagine, l’enigmatico narratore spiega la successione degli straordinari eventi che ha via via descritto e ne illustra le motivazioni mettendole in rapporto con gli studi teologici cui si dedicava: la storia rimane comunque estremamente simbolica e ricca di riferimenti filosofici che ne rendono ardua la comprensione, ma se ne chiariscono alcuni aspetti.

Con Tre volte all’inferno, Borghetti non ha forse tracciato la nuova frontiera del gotico ma si è conquistato un posto di rispetto nella letteratura di questo genere, quanto meno in Italia. Fa sorridere che gli abbiano rimproverato di essere troppo’colto’ e troppo ricercato nello stile. Nel 2008 ci fu chi fece analoghe osservazioni sul romanzo di Gianfranco Manfredi Ho freddo, uno dei suoi che ho amato di più: in realtà penso che proprio grazie a tentativi come quello di Borghetti la produzione ‘horror’ potrà essere riportata a livelli culturali accettabili.

Cristian Borghetti “Tre volte all’inferno”, Alberto Perdisa Editore, Collana Pop2, 362 pagine, euro 18,50

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