David Benioff: “La 25° ora”

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Parlare di libri che escono in edizione tascabile è una bella possibilità per ritornare su opere che magari, alla prima pubblicazione, non avevano ricevuto tutta l’attenzione che meritavano:  è il caso del romanzo di David Benioff La 25° ora, che BEAT Edizioni – Biblioteca degli Editori Associati di Tascabili – ha ristampato a maggio di quest’anno, a dieci anni di distanza dalla primissima edizione di Neri Pozza. Ben pochi di noi saprebbero forse qualcosa del volume se esso non avesse ispirato, nel 2002, un memorabile, imperdibile film di Spike Lee.

Opera prima di un newyorkese, abile sceneggiatore per il cinema e la TV, La 25° ora , come sa bene chi ha visto l’omonima pellicola, racconta le ultime ore di libertà dello spacciatore Montgomery Brogan, in attesa di scontare in carcere la giusta pena per i suoi delitti. Contemporaneamente, il libro dipinge un emozionante ritratto della New York più oscura, lontanissima dalle immagini patinate dei grattacieli di Manhattan.

La vita di Monty si ricostruisce principalmente dai ricordi di chi gli è sempre stato accanto e l’ha divisa con lui: gli amici del cuore Frank Slattery  e Jakob Elinsky, la fidanzata Naturelle. Non manca all’appello l’amato cane Doyle, che Monty ha salvato da morte certa e che per questo gli ha sempre tributato – giustamente – una fedeltà senza confronti. Il tempo passa inesorabile e le ultime ore – solo 24! – si consumano un po’ lente, un po’ veloci nello svolgimento di varie incombenze e preparativi: potrebbe essere una giornata come tutte le altre, che trascorre fra le solite, quotidiane attività, ma per nessuno dei personaggi lo è. Ognuno di loro si adopera – o tenta di farlo – per rendere questo tempo utile, forse indimenticabile; gli amici si impegnano per dimostrare al protagonista tutta la solidarietà e la vicinanza che la circostanza richiede, prima di una separazione che durerà sette lunghi anni. Frank, Jacob ma soprattutto Monty sanno che dopo questa pausa niente sarà come prima: l’età non sarà più la stessa e di conseguenza ci sarà un naturale mutamento di prospettiva; Naturelle, che ora lo ama e soffre per lui, molto probabilmente non attenderà la sua liberazione; i luoghi che egli ha sempre frequentato, il panorama che ha sempre osservato da quella ringhiera, il giardino dove ha incontrato per la prima volta la sua bellissima ragazza non avranno più il medesimo aspetto.

New York, che tanti artisti hanno cantato, non è mai stata così fosca ma anche così viva: essa pare farsi personaggio insieme agli altri, accompagnando le riflessioni di ognuno, facendo da sfondo ai dialoghi ed alle recriminazioni degli amici come pure ai tristi pensieri del protagonista. A lui, ovviamente, non mancano i rimpianti per le occasioni perdute, le memorie ma anche i terribili presagi di ciò che è dietro l’angolo: se da un lato Monty ripercorre episodi del passato e  vecchie storie, rivede con occhi nuovi immagini note da sempre, dall’altro si sforza di guardare ‘virilmente’ al futuro, prendendo coscienza, per esempio, di come l’aspetto fisico gradevole, tanto apprezzato dalle ragazze nella vita normale, diventerà invece un terribile handicap e sarà per lui fonte di ulteriori sofferenze.

Per quanto umanamente il lettore si schieri a fianco di Monty nel condividere il suo dramma, Benioff non mette mai in dubbio la correttezza della condanna. La questione morale non è affatto una priorità nel libro e lo stesso protagonista non si comporta e non parla come la vittima di una qualche ingiustizia, perché ovviamente non si sente tale. La stessa consapevolezza è nei suoi amici, i quali rimpiangono però di non essere intervenuti a tempo debito per dissuadere Monty dalla strada intrapresa, quando la sua attività era iniziata fra i banchi della scuola e si limitava a piccoli traffici con i compagni di classe. Se le cose fossero andate diversamente, chissà, forse egli avrebbe potuto diventare pompiere, come sognava da bambino: nonostante lo sconforto che inevitabilmente lo assale, tuttavia, il suo atteggiamento verso la propria storia è di sostanziale accettazione. Le uniche esplicite parole di recriminazione e di rabbia sono in un lungo monologo nel bagno di un ristorante – riprodotto magistralmente da Spike Lee nella mitica scena con Edward Norton che si sfoga davanti allo specchio – nel quale il protagonista elenca, per così dire, tutti gli oggetti della sua insofferenza e lancia invettive contro di loro: la “ristoratrice francese”, i  “barboni che mendicano spiccioli” i “sikh con il turbante”, i “sudici pakistani”, gli “operatori di Wall Street”, le “signore dell’Upper East Side”… mentre sembra avercela con tutto il mondo, in sostanza Monty se la prende con qualcun altro. Le ultime memorabili parole sono infatti contro se stesso: “venga un terremoto e butti giù i grattacieli; che il fuoco divampi incontrastato; che bruci, bruci, bruci. E fottiti anche tu, Montgomery Brogan, vai al diavolo.”

Al termine di questa giornata, nella venticinquesima ora – quella che non c’è! – si può infine cercare di immaginare, insieme ad un padre disperato, una conclusione diversa della storia, un epilogo di fantasia in cui le cose vadano miracolosamente a posto: la venticinquesima resta purtroppo l’unica ora in cui i sogni prendono vita e, con la loro realtà così peculiare, fanno finta di essere veri.

David Benioff “La 25° ora”, BEAT 2011, 217 pagine, euro 9

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