“La pelle che abito” di Pedro Almodóvar: vendette castigliane

0
Condividi:

Pedro Almodóvar riesce a stupirci ancora una volta: il suo ultimo film, La pelle che abito, al di là dell’accoglienza non entusiastica ricevuta qua e là, ha la caratteristica, in primo luogo, di essere sorprendente e poi di lasciare lo spettatore – dopo circa 120 minuti di tensione quasi incessante – confuso e  ‘destabilizzato’ sul piano morale. Eppure non si tratta certo di un ‘action movie’.

Tratto dal romanzo Tarantola del francese Thierry Jonquet  – del quale intendo occuparmi al più presto, se non altro per appurare se la stupefacente atmosfera del film sia presente anche nel libro o provenga dalla creatività del regista –  La pelle che abito ha una trama che, per quanto a grandi linee sia stata resa nota dai media, non è semplice da comprendere  e resta comunque nell’ambito della totale improbabilità. Incredibile, infatti, che un chirurgo plastico di successo, benché provato da eventi drammatici che l’hanno colpito duramente nel privato, decida di sperimentare direttamente su di un essere umano un nuovo tipo di pelle da lui inventato, che dovrebbe resistere a qualunque tipo di trauma. Sconcertante, nella sua atrocità, anche la vendetta che egli concepisce per lo stupratore della figlia: trasformare la sua identità rendendola femminile, cioè farne una persona nuova che prima non esisteva, a guisa di un dio che, per così dire, inventi Eva dalla costola di Adamo. Almodóvar tuttavia materializza questo incubo surrealista rendendolo credibile, crea personaggi che soffrono ed hanno sofferto e sono divenuti per questo talmente complessi da risultare quasi inafferrabili, come fossero scivolati nel mondo dell’astrattezza.

La creatura costruita dal Dottor Ledgard si chiama grottescamente ‘Vera’; la sua sostanza intima è protetta da una pelle che il mondo esterno non può violare e la sua identità definita da lineamenti che il chirurgo ha scelto e voluto perché fanno parte del suo perduto mondo affettivo, divenuto per lui un’ossessione. Non si creda tuttavia che, nella realizzazione di questo progetto, il nostro medico sia dominato dalle passioni: tutto il film è pervaso da una freddezza inusuale in Almodóvar, evidenziata sia dalla recitazione dei due protagonisti, Banderas ed Elena Anaya, sia dalle raffinate scenografie. Il contrasto fra l’intensità dei sentimenti che la terribile vicenda suscita e la ‘ghiacciata’ distanza con cui viene presentata qui contribuisce, a mio avviso, a produrre l’orrore nel vero senso della parola.

I temi cari al regista castigliano sono comunque tutti presenti: la confusione dell’identità sessuale, l’interesse per il corpo e per le sue reazioni – e qui, nell’atto dell’uomo che tenta di sopraffare la forma naturale c’è qualcosa di Cronenberg o anche di Aronofsky, che sul corpo letteralmente si accanisce – senza tralasciare le relazioni ‘patologiche’ fra la madre e i suoi figli.

La figura di Vera incarna in modo intrigante nonchè inquietante il conflitto – non nuovo in Almodóvar – fra ‘femminino’ e ‘mascolino’, sintetizzandolo in un unico individuo, al cui interno i due aspetti sembrano a volte convivere e a volte scontrarsi in maniera sanguinosa. A nessun altro regista, in verità, l’operazione poteva riuscire così bene. Nessun altro regista, inoltre, ha saputo descrivere l’ambiguità del sentimento, l’attrazione/repulsione per persone dello stesso sesso, l’ambivalenza dell’odio che si ribalta nel suo contrario, la confusione e l’incapacità di dare veste razionale a sensazioni inafferrabili nella loro vaghezza, che per quanto si sperimentino, non si potranno mai spiegare. Del resto egli è il maestro dell’ambiguità: Tacchi a spillo, Legami!…gli esempi si sprecano. Il richiamo al mito di Frankenstein, in questo caso è solo formale, perché ben altra materia c’è sotto…

Antonio Banderas, ancora una volta tornato ‘alle origini’, dà vita al tormentato protagonista della vicenda tratteggiando con un’abilità che non ricordavamo la sottile crudeltà insieme alla fragilità, nel suo cercare, in fondo, di instaurare una relazione ‘normale’ con la creatura da lui voluta. Il dottor Ledgard, personaggio disturbato e disturbante, nel suo abisso di solitudine si avvia verso l’inevitabile tragedia.

Elena Anaya non fa affatto rimpiangere Penelope Cruz, attrice feticcio di Almodóvar, della quale ha preso il posto, essendo quest’ultima impossibilitata a partecipare alla pellicola: la figura che interpreta non è più la donna simbolo di carne e sesso, ma identità oscura e misteriosa, talmente fredda – anche lei! – da inibire a tutti l’accesso alla sua intimità. L’aspetto ‘vampiresco’ con cui appariva in Van Helsing di Stephen Sommers è ormai solo un lontanissimo ricordo: l’orrore che impersona per Almodóvar è nella mente, nei sensi e nella pelle, sa richiamare pensieri sepolti in noi che non sapevamo di avere, mettendoci a nudo non come uomini o donne, ma per ciò che realmente siamo…

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.