Legend: Cardinal points

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Provenienti da Runcorn e coevi degli Inkubus Sukkubus (leggetevi la rece di “The dark Goddess” da noi pubblicata alcuni mesi or sono), furono accomunati alla band di Candia e di Tony McCormack per la  fratellanza neo-pagana che manifestavano (ed il main man dei Legend Steve Payne suonò le tastiere su “Wytches”). Se i secondi hanno intrapreso una carriera costellata di pubblicazioni, tutte di buon livello, lo stesso non si può dire dei sacerdoti capitanati da Payne, dei quali persi le tracce dopo la pubblicazione di “Triple aspect”. Inghiottiti dai fumi che si levavano a spirale lenta dalla pire votive e dalle nebbie perenni che cingono Avalon… Di una raccolta e d’un live lessi poi, ma la loro difficile reperibilità mi fece desistere dall’approfondire la ricerca. Ma il druido Steve non difetta in caparbietà, ed ecco che Cardinal points si palesa sulla mia scrivania, nella forma conosciuta e rassicurante d’un ciddì correlato da grazioso booklet. Nuova voce muliebre e, sorpresa, leggo da stringate righe d’accompagnamento che la brava Kerry Parker faceva parte della originaria incarnazione del combo britannico, e che fino ad ora non aveva lasciato tangibile testimonianza del suo passaggio; la formazione comprende altri nomi noti del microcosmo new-new prog albionico, come Dave Foster (dei Mr. So & So e Wishing Tree, anch’egli facente parte delle prime formazioni dei Legend) e Dan Nelson dei Godsticks, mentre la batteria è ancora affidata a John Macklin, nel gruppo dal ’92. Esaurite le presentazioni, ci accingiamo a calarci nell’arcano mondo di Cardinal points, disco ascrivibile tout-court a quel filone che a metà anni ottanta produsse Grace, Vulgar Unicorn, Grey Lady Dawn, Framework, Landmark ed affini, con ampie melodie ad abbracciare brani estesi nel minutaggio (quattro come i punti cardinali evocati nel titolo, tutti compresi tra i tredici ed i diciassette minuti), e con Kerry a levare vocalizzi austeri che richiamano pure l’amata Siouxie (con echi di Renaissance su “Spark to a flame”), mentre le chitarre punteggiano con stile nitido l’ordito intessuto dalla sapiente sezione ritmica. Un disco da ascoltare nella sue intierezza, senza tralasciare particolare alcuno, fra lunghe fughe strumentali ed input folk, fra crescendo sinfonici e tratteggi color pastello; artigianato prog che va valutato proprio per il suo genuino valore.

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