Glen Duncan: “L’ultimo lupo mannaro”

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Giacché la moda dei vampiri è ormai stabile da un certo numero di anni e non accenna a finire, appare logico il recupero letterario della creatura fantastica che nella grande maggioranza delle storie di genere si contrappone a loro. L’ultimo lupo mannaro è scaturito dall’inventiva del britannico Glen Duncan, scrittore già piuttosto conosciuto, soprattutto per 666. Io sono il diavolo, pubblicato l’anno scorso da Newton Compton. L’opera è stata concepita come primo volume di una trilogia ed è uscita quest’anno a cura di Isbn Edizioni, destando impressioni positive.

Il libro racconta le vicende di Jacob Marlowe – siamo in odore di Raymond Chandler? – ultimo rappresentante rimasto sulla terra della specie dei licantropi, alle prese con l’associazione che da sempre si è occupata della loro soppressione e con molto altro. Ma non ci troviamo semplicemente di fronte ad un romanzo di azione, anche se gli inseguimenti e le sparatorie con o senza proiettili d’argento non mancano. Ciò che ha determinato un’accoglienza generalmente buona è in realtà l’aver dato ai personaggi, soprattutto al protagonista ‘mannaro’, una profondità ed una dimensione umana niente affatto usuali in questo tipo di letteratura, solitamente basata su stereotipi di vario tipo e su relazioni altrettanto ‘stereotipate’. Si potrebbe dire che Duncan abbia qui voluto come eroe un uomo a ‘tutto tondo’: il suo aspetto visibile, ‘normale’ e, simultaneamente, il suo lato animalesco, quello legato agli istinti ‘primordiali’ e che nella realtà resta celato nei meandri dell’Es. Trattandosi di un romanzo horror e non di un saggio scientifico, egli affronta il suo compito con gli strumenti propri di quel genere: quando c’è luna piena, il licantropo divora persone e se ne nutre, traendo da questo atto non soltanto il beneficio del ‘cibo’ ma anche un senso di profondo benessere come fosse la realizzazione di un rito liberatorio. L’uomo che è in lui, ovviamente, da 200 anni cerca una formula per convivere con tale aspetto: nel corso del tempo ha alternato fasi di crisi ad altre di menefreghismo, tentativi di repressione degli istinti a godimento sconsiderato e irrazionale, fino al momento in cui, rimasto comunque ultimo, ha raggiunto una sorta di equilibrio con se stesso, accettando le proprie peculiarità se non serenamente, quanto meno con rassegnazione. Anche nella realtà, del resto, spesso gli istinti urgono, cercando di prevalere sui meccanismi di controllo e creando scompensi: certo più comodo sarebbe poter liberare la ‘bestia’ che è in noi…

Il nostro Jacob, dopo 200 anni di faticosa gestione della propria complessa personalità e dei problemi ad essa connessi, ha tutti i diritti di essere stanco e scegliere di deporre le armi, di rinunciare alla lotta che lo ha sempre contrapposto alla ‘Caccia’ e ai vampiri – non potevano mancare! – sperando di poter raggiungere una forma di pace. Non è la speranza in una protezione divina che lo sorregge, in quanto sa – e lo ripete di continuo! – che un dio non c’è; ma è quel dio che non c’è, comunque, che egli molto spesso invoca. Le voci degli essere umani che ha ucciso per nutrirsene lo seguono sempre, le loro anime sono dentro di lui e tra queste ce n’è una, soprattutto, il cui ricordo lo strazia: quella della giovane moglie che, in un tempo lontanissimo, ha perso la vita per colpa sua.

Si comprende dunque che la storia del licantropo Jacob si distingue nettamente nell’ambito della letteratura commerciale di questo genere: l’autore concede infatti ampio spazio all’interiorità ed alla riflessione – si pensi che il romanzo è scritto in forma diaristica ed è il protagonista che parla di sé in prima persona – delineando una figura complessa, solitaria e scolpita dalla sofferenza, ma anche capace di descrivere se stesso ed il mondo intorno usando una fine ironia.

D’altra parte Duncan non trascura qualsiasi elemento che renda il libro scorrevole e di piacevole lettura; ecco che, a movimentare la situazione, egli introduce a fianco del licantropo un alter ego femminile, non solo per completarlo, ma per consentirgli l’esperienza dell’amore e della passione, sentimenti che, rispetto alla sensibilità di qualunque altro uomo, si arricchiscono per lui della componente ‘animalesca’ acquistando così un’intensità ancora maggiore. Protagonisti delle vicende divengono allora Jakob e Talulla, una coppia fra le più straordinarie che si siano viste ultimamente.

Trattandosi del primo volume di una trilogia, l’autore lascia un finale aperto e si comprende che le avventure dei personaggi, almeno alcuni di loro, avranno ulteriori sviluppi. Per quanto ovviamente, come per tutti i ‘seguiti’, sussista il timore che l’interesse possa poi diminuire, di questa prima parte si può essere, a mio avviso, decisamente soddisfatti.

Glen Duncan “L’ultimo lupo mannaro”, Isbn edizioni 2011, 480 pagine, € 16,90

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