Lou Reed & Metallica: Lulu

0
Condividi:

E finalmente il mostro è arrivato: il frutto di una delle collaborazioni musicali più improbabili di sempre ha raggiunto scaffali veri e digitali.
Al momento del suo annuncio, il disastro non era nemmeno temuto, era dato per certo: troppo distanti i due universi per non essere sicuri che dalla mescolanza creativa, dalla California in cui l’ex-VU registrava con i quattro Cavalieri del trash-metal nei loro studi non uscisse un altro freak, stavolta non hippie ma Todd Browning.
In realtà c’era stato un precedente simile nel 1980 quando Reed, via Bob Ezrin, aveva scritto 3 testi per Music from “The Elder” dei Kiss; ma quasi tutte le storie di Lou la passano sotto silenzio, e poi scrivere qualche testo è cosa ben diversa da questa.
E quindi scandalo, per un gesto accolto come una via di mezzo tra i tromboni rintronati che non sanno più cosa inventarsi e un’idea talmente assurda che portava in sé da subito la condanna al tonfo e che si sapeva in anticipo che avrebbe attirato fango: una follia perdonabile solo nell’improbabile ipotesi di un capolavoro che avesse trovato la bellezza là dove nessuno avrebbe pensato.
Nulla di tutto questo, perché non hanno composto insieme (cosa che effettivamente sarebbe stata ad alto rischio, benché forse più interessante e audace): l’idea della collaborazione inizialmente prevedeva la rilettura di perle dimenticate del repertorio di Lou Reed, poi l’ex-VU ha deciso invece di portare al gruppo le canzoni scritte per l’allestimento dei due drammi di Frank Wedekind incentrati sul personaggio di Lulu (dai quali anche il film Il vaso di Pandora di Pabst che ha trasformato Louise Brooks in un’icona) ad opera di Robert Wilson (per il quale ha già scritto in passato).
In entrambi i casi, perciò, l’idea era che i Metallica suonassero canzoni scritte da Lou Reed. Ciò ha dato al progetto una certa coerenza, perché chi conosce l’opera di quest’ultimo oltre Transformer, Berlin, R’n’R Animal e la “Banana” si rende conto che fondamentalmente siamo davanti ad un disco reediano al 100%: a partire dall’attacco di “Brandenburg Gate”, coi suoi echi di “Set The Twilight Reeling” nell’inizio tranquillo e di “Smalltown” per il tema, per proseguire con quelli delle durezze dell’album The Blue Mask, della riflessività di Magic And Loss (ma anche certo rock mid tempo di quel disco riecheggiato in “Cheat On Me”), e troviamo anche la riscrittura letteraria (già realizzata col precedente The Raven), il tema della femme fatale e dell’amore fatale, un certo modo “medio Reed” di comporre, il violino/bordone usato per esempio col Metal Machine Trio e che qui caratterizza certe intro e il lungo finale ambient – ma sarebbe da aggiungere anche quella voce e soprattutto la sfacciataggine disinvolta con cui Lou si è sempre buttato nel controverso senza battere ciglio, neanche stavolta smentita.
Certo, i Metallica si sentono: per esempio nel suono pesante della batteria, nello speed metal a briglia sciolta di “Mistress Dread” (dove per contrasto Lou esagera le sgangheratezze del suo cantato; al punto che, benché nell’ultimo tour cantasse molto meglio, sembra di sentire la sua sghemba voce da concerto), nella “The View” scelta come primo singolo (tanto per cominciare a farsi insultare in anticipo presentando uno dei pezzi nei quali la differenza tra i due stili crea maggiore – benché apprezzabile – tensione), nell’incedere di “Frustration” o della sperimentale “Dragon” che però non è del tutto estraneo neanche alla tavolozza reediana.
Ma la sommessa ballata (senza batteria!) “Little Dog” (più Fripp che Hetfield), o il Neil Young di “Iced Honey”, per finire con la delicata, conclusiva “Junior Dad”, nella quale Reed fa i conti con il ridimensionamento della figura del padre sia psicologico sia quello dovuto alla debolezza della vecchiaia avrebbe potuto registrarle con un qualsiasi altro gruppo, e ribadiscono che il cavaliere con le briglie del progetto saldamente in mano in questo caso è lui.
E dunque nessun abominio, e neanche un capolavoro: “solo” un gran bel disco di Lou Reed, dai testi veramente ispirati e vivacizzato dall’arsenale sonoro dei Metallica forse al fine di rendere meglio la storia di una ragazza che conclude il suo percorso terreno per mano (e lama) di Jack Lo Squartatore.
Anzi, in realtà un abominio è stato prodotto: l’orrido neologismo “Loutallica” col quale più di qualche giornalista ha battezzato il disco.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.