“Melancholia” di Lars von Trier: confesso che l’ho amato

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E’ imbarazzante aver amato profondamente un film che così tanti si sono presi la briga di denigrare, forse a causa degli atteggiamenti provocatori del suo regista o per l’inquietudine inevitabile che la sua visione desta negli spettatori aperti e scevri da pregiudizi. E’fondamentale, a mio avviso, porsi di fronte a quest’opera senza prevenzioni, ingoiando con coraggio i primissimi, francamente inutili fotogrammi statici che si susseguono sulle note di Wagner – qui si intravede anche “Il ritorno dei cacciatori” di Pieter Brueghel il Vecchio – e precedono l’inizio della storia vera e  propria. Solo a fine film, si comprenderà che quelle immagini si riallacciano alla conclusione: sul momento non sembrano altro che un ‘divertissement’ estetico appiccicato con la forza.

La pellicola si divide in due tempi, quasi ‘atti’ di un dramma, speculari nel loro presentare alternativamente il punto di vista soggettivo delle due sorelle Justine e Claire: apparentemente diverse come il giorno e la notte – l’una bionda e l’altra bruna, l’una sensibile e un po’ ‘anarchica’ e l’altra più controllata ma ugualmente fragile – condividono con un approccio del tutto dissimile l’esperienza di Melancholia, un pianeta ma anche una patologia, la depressione. Di Justine vediamo in effetti, nella prima parte, il manifestarsi della malattia, proprio nel giorno in cui, circondata dai suoi cari, festeggia l’unione con uomo che, con tutta evidenza, la ama e la rispetta. Prima di arrivare al centro del problema, Von Trier si sofferma con chiarezza sulle dinamiche familiari: la complessa interazione con un padre egoista ed incline ai piaceri, il rapporto con una madre anticonvenzionale ma dura e ben poco materna; si osservi che proprio questo personaggio – interpretato dalla ormai anziana ma sempre affascinante Charlotte Rampling –  ha il compito di far notare con intelligenza ma anche consapevole cattiveria, la banalità ed inutilità del cerimoniale che è stato allestito e così facendo non può non risultare fortemente sgradevole. Tuttavia, mentre il contesto va delineandosi nella prima mezz’ora, nulla lascerebbe presagire quanto avviene da lì a poco. E’ come lo spezzarsi dell’armonia o l’apparire improvviso di una calamità: qualcosa non funziona più e si ribella oppure è semplicemente un meccanismo che si è logorato; Justine smette di essere la solare bionda cui la vita dovrebbe solo sorridere per diventare un congegno fuori controllo che danneggia se stesso e ciò che ha intorno, la festa, gli affetti, i personaggi positivi e quelli negativi. Le comunicazioni con il mondo esterno gradualmente si interrompono e la mente sprofonda in un luogo dove nulla può aiutarla: l’incubo ‘melancholia’. Succede dunque qualcosa che, come si sa, Lars Von Trier conosce molto bene per averlo sperimentato su di sé. La regia inconfondibile, ‘tremolante’ per l’uso della telecamera a spalla, come è tradizione per i suoi film, in questo primo tempo è, a mio avviso, praticamente perfetta.

Ma poi anche Claire, la sorella ‘speculare’ protagonista della seconda parte, è destinata a vivere lo stesso incubo e, proprio quando Justine sembra quasi ‘riequilibrarsi’, è la sua armonia a disfarsi: Melancholia si trasforma da una condizione dell’anima ad una condizione ’cosmica’ che imprime all’intero genere umano una fine esteticamente accecante ma ingloriosa e irrevocabile. Nel corso del secondo tempo, mentre Justine prova a lottare con i fantasmi che ha dentro, Claire cerca di resistere ad un attacco che sembra venire da fuori a distruggere il suo mondo. La comunicazione fra le due sorelle pare non funzionare neanche in questo caso: l’attaccamento che Claire prova verso la dimensione materiale della vita, complicato dal legame con un figlio in tenera età, risulta incomprensibile alla sorella che, paradossalmente, dà l’impressione di essere più preparata ed ‘equilibrata’ di fronte alla dissoluzione finale, come se, per così dire, avesse già fatto l’abitudine alla disperazione. Nell’idea di Von Trier, la Natura si sovrappone all’interiorità dell’uomo: ‘Melancholia’ è simultaneamente il pianeta destinato ad annientare l’umanità e il malessere che divora l’anima e, in entrambi i casi porta con sé distruzione senza scampo. Justine, però, ha acquisito gli strumenti per affrontare la tragedia: è lei che gestisce le paure infantili del nipotino e, contemporaneamente, cerca di arginare l’angoscia della sorella. Il tentativo di confortare/proteggere i suoi affetti costruendo per loro con pochi rami un rifugio ‘minimale’ di fronte all’inevitabile rovina è di una bellezza sconvolgente.

La lentezza meditativa di questo secondo tempo ha indotto diversi a tracciare paralleli con il Tarkowski di Solaris, con il quale Von Trier potrebbe condividere ancora altri aspetti della sua visione dell’esistenza, ma l’ampiezza dell’orizzonte richiama piuttosto, a mio avviso, le immagini ‘cosmiche’ di Terence Malick in Tree of Life: resta inteso che in quest’ultima pellicola l’approccio è molto meno negativo e sconfortato di quello del regista di Melancholia, per il quale l’albero della vita si è irreparabilmente trasformato in ‘pianeta della morte’. Il ‘male oscuro’ ci annienterà, la terra non sopravvivrà: dolore infinito, ma anche infinita bellezza che non può non restare dentro di noi.

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