David Lynch: Crazy Clown Time

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Che il conosciutissimo regista David Lynch – peraltro a noi molto caro! – avesse fatto uscire un CD tutto suo si sa già da un bel po’; il motivo per cui la sottoscritta non aveva ancora fatto il minimo commento in proposito è che non riusciva ad andare oltre l’ascolto della terza canzone. Lynch, si sa, ha sempre avuto legami con la musica: collaborazione alle colonne sonore di molti suoi film, regie di video e così via. In questo caso, lasciata del tutto libera la sua creatività di artista a tuttotondo, potevamo aspettarci francamente qualcosa di più. Invece, il ‘weird’ che, nei suoi film, ha sempre suscitato interesse ed ammirazione, non ha prodotto, in musica, gli stessi sorprendenti risultati. Non ci meravigliamo certo del fatto che l’elettronica, soprattutto lo stile trip-hop siano dominanti: pensiamo alle preferenze musicali del Nostro. Personalmente, poi, ritengo che questo genere abbia da dire parecchio. Ciò che qui sgomenta è la totale noia di una ripetitività ossessiva e priva affatto di fantasia che fa venir voglia di scagliare il CD dalla finestra pur di interromperne l’ascolto. Forse, se Crazy Clown Time fosse stato la colonna sonora di un suo film, le immagini avrebbero completato e dato un senso a questa operazione che invece così resta in effetti un monumento alla freddezza. Il primo pezzo, in verità, trae in inganno: “Pinky’s Dream”, con il cantato della deliziosa Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, sviluppa una melodia fortemente ritmata ma tutto sommato gradevole. “Good Day Today”, invece, uscito in precedenza come singolo, è riuscito a farmi venire l’esaurimento al secondo minuto: se vi è mai capitato di entrare in qualche pessima discoteca sapete cosa intendo: ritmo martellante, vocetta fessa ultramodificata, e chi più ne ha più ne metta. Da questo momento in poi è difficile distinguere un brano dall’altro e sono ben 14! “I know” e la title track forse echeggiano vagamente Tom Waits ma in quest’ultima la voce in verità fa accapponare la pelle. In “Noah’s Arch”, per fortuna, il canto è poco più che un sussurro ma la base ritmata sa decisamente di ‘plastica’. Forse meritano di essere distinte dalle altre soltanto “These are my friends”, in cui ci si può rilassare con morbide note di chitarra e la voce riacquista un timbro più umano e la strumentale “The Night Bell With Lightning” che, finalmente con un tocco di originalità, sembra strizzar l’occhio al blues manipolandolo come attraverso una lente deformante. Echi di questo tipo si percepiscono anche altrove: in “Movin on” e “Speed Roaster”, per esempio, ma di nuovo l’effetto disturbante della voce è indescrivibile. Resta da fare solo una domanda: avremmo mai preso in considerazione questo album se non fosse stato di David Lynch?

Email: http://davidlynch.com/
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