Daphne du Maurier: “Il capro espiatorio”

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Ripubblicato da non molto in edizione tascabile a cura de Il Saggiatore, Il capro espiatorio (The Scapegoat in lingua originale) è uno di quei classici – risale al 1957! – che hanno sempre e comunque qualcosa da dire. Daphne du Maurier, scrittrice britannica dalle alterne fortune, come è noto fu assai apprezzata da Hitchcock che trasse dalle sue opere alcune delle sue pellicole più riuscite. Di questo libro esiste in effetti un celebre adattamento cinematografico risalente al 1959 ma non fu realizzato da Hitchcock bensì da Robert Hamer con l’interpretazione di Alec Guinness e Bette Davis, su sceneggiatura dello stesso Hamer e Gore Vidal. Di recente, poi, ne è stato tratto un film inglese per la televisione.

Il tema de Il capro espiatorio è quello del ‘Doppelgänger’, tòpos molto sfruttato in arte e letteratura, sia prima che dopo l’opera della du Maurier. Qui esso è oggettivato nella sua forma più semplice che poi forse è la più efficace: un tranquillo professore inglese, dalla vita lineare e un po’ banale, durante un viaggio in Francia si imbatte per caso in una persona che fisicamente è del tutto identica a lui, mentre è assai diversa nella condotta e nel carattere. Il ‘Doppelgänger’, in questo caso, ha il medesimo aspetto del protagonista ma ne rappresenta l’alter ego negativo: è crudele, superficiale, egoista ed incapace di amare; pur possedendo una famiglia ed un solido mondo affettivo se ne sente oppresso ed aspira a liberarsene, mentre l’altro languisce per un po’ di calore. L’inglese, infatti, ha sempre condotto una vita ordinata e ritirata: preso dai suoi studi e dall’attività di insegnante non è mai stato travolto da emozioni né da esperienze stimolanti, limitandosi, nel migliore dei casi, a osservare il mondo da ‘spettatore’. L’io ‘cattivo’ prevale ovviamente sul mite inglese e gli impone di scambiare la sua esistenza con la propria; quest’ultimo non può fare a meno di subire la prepotenza e indossa quindi i panni del nobile conte Jean de Gué. L’esperienza che si trova a vivere non è certo semplice sul piano umano, in quanto, come si è detto, i due sosia non potrebbero avere nature più differenti: catapultato in una realtà di cui non sa nulla, John è costretto a gestire una situazione che il suo ‘doppio’ ha esasperato e reso estremamente problematica. I rapporti interpersonali non sono limpidi, la vita matrimoniale risulta insoddisfacente e ricca di incomprensioni, in famiglia regnano il malumore ed i rancori tanto che l’anziana madre è dedita alla morfina. La du Maurier è assai abile nel tratteggiare i personaggi del dramma, campioni, ognuno a suo modo, di infelicità ed inquietudine: di ciascuno analizza la storia, la psicologia e l’atteggiamento, svela le ossessioni, gli stati d’animo, le aspirazioni represse. Gli eventi più importanti si svolgono nella vecchia casa nobiliare: oscure scalinate, antiche suppellettili, decorazioni esterne a forma di gargoyle sulle quali gocciola, angosciante, la pioggia. Siamo di fronte, in sostanza, ad una delle forme più riuscite di gotico moderno, che ha lasciato alle spalle il romanticismo e gli eccessi per concentrarsi sull’abisso profondo dell’interiorità. John si sforza di assumere un ruolo all’interno delle insidiose relazioni familiari del suo sosia e con la sua differente personalità ne influenza in qualche modo l’andamento pur se non riesce in realtà ad interrompere la loro macabra ‘danza’. Il gioco, però, lo intriga al punto da fargli percepire una sorta di legame con le figure intorno a lui. Il carattere dell’altro a volte pare sovrapporsi al suo, come fossero due facce della stessa medaglia: non è un caso che egli sappia comprendere gli aspetti del suo temperamento, anche i più meschini e riprovevoli, con tanta precisione ed intensità. Recitando il ruolo del francese, l’identità si confonde, si perde, si dimentica…il lato oscuro emerge, ma è il suo o quello del suo doppio? Condurre questa ricerca e così sostenere la trama del romanzo comporta difficoltà che la du Maurier aggira magistralmente, riuscendo a rendere verosimile quanto già concettualmente appare improbabile, cioè che la madre, la moglie e perfino la figlioletta del conte francese cadano nel tranello teso dai due finti ‘gemelli’ e non riconoscano il loro congiunto come falso: eppure non un singolo dubbio assale il lettore rispetto a questa circostanza. Altrettanto plausibile sul piano psicologico risulta la scrittrice come io-narrante maschile.

La vicenda diventa sempre più ‘noir’, dopo l’apice drammatico che porta il protagonista addirittura a immaginare l’omicidio del sosia: manca l’‘happy end’ e nulla ritorna al suo posto se non in apparenza. L’io prevaricato resta sconfitto ma l’esistenza di John, nel contatto con un mondo di cui non aveva mai avuto idea, è mutata in modo irreversibile ed egli ha forse acquisito l’energia per ricominciare.

Daphne du Maurier “Il capro espiatorio”, Il Saggiatore Tascabili 2011, pag.384, € 11,00

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