“Shame” di Steve McQueen: sesso amaro

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Con tutto il parlare che se n’è fatto, suonerà stupefacente l’opinione della sottoscritta riguardo a Shame: nel film di McQueen, il sesso tutto sommato non è centrale. Centrale è piuttosto lo studio di una personalità problematica, complessa e sostanzialmente disturbata della quale la spinta compulsiva a praticare sesso è la manifestazione più visibile: in verità avrebbe potuto benissimo trattarsi di un’altra mania, un altro sfogo, un’altra ‘droga’ e lo scandalo generale magari sarebbe stato minore.

Come spiegato dallo stesso regista, quest’opera rappresenta il secondo capitolo di una serie avente per oggetto il concetto di libertà; la prima parte, per chi ha avuto la fortuna di poterla vedere, è Hunger, il suo primo lungometraggio che non è mai stato distribuito in Italia. La sceneggiatura di Shame, scritta da McQueen assieme al drammaturgo Abi Morgan, esprime in effetti molte idee sulla libertà o sul suo opposto.

Brandon, il protagonista del film, è un soggetto al quale nella quotidianità apparentemente non manca nulla: possiede bellezza e intelligenza, ha mezzi, un lavoro soddisfacente, una casa di buon livello e…una vita vuota. Nessuna relazione umana né una qualunque forma di affetto, nessun calore e nessuna emozione a parte la fugacità delle sensazioni corporee legate all’atto sessuale: sensazioni che si bruciano in qualche secondo e, avulse come sono dal loro contesto naturale – attrazione, amore, tenerezza…ognuno ha la sua formula – generano solo altro vuoto e l’impulso a tentare di riempirlo ancora ed ancora. Come imprigionato da un rituale che non può non ripetersi meccanicamente, il nostro protagonista affronta tutti i giorni la sua esistenza con gli stessi gesti e la sua ricerca di una emozione reale lo conduce ogni volta all’unica forma di espressione – non comunicazione! – che gli provoca una reazione, sia pure automatica: che sia la masturbazione o l’eccitazione provocata dalla visione di immagini ‘porno’, o ancora la consumazione veloce di un rapporto ‘a pagamento’, Brandon non dispone di niente altro che possa aiutarlo ad uscire dalla sua gabbia e non si rende conto che la gabbia, invece, diviene sempre più stretta.

Ben presto si comprende che la problematica è a monte. Quando la sorella Sissy lo raggiunge per una breve permanenza in casa sua, appare evidente che i disturbi di Brandon derivano da un bagaglio di esperienze accumulato in famiglia, lo stesso che ha fatto della giovane e avvenente sorella una donna depressa e sbandata, abituale utente di lamette per tagliarsi i polsi. Diversamente da un’altra  straordinaria pellicola che analizza traumi subiti nel passato, Spider di D.Cronenberg, qui si sceglie di non indugiare sulle ferite dell’anima ma di rappresentare esclusivamente le loro conseguenze. Di certo vi è una ragione per cui Brandon e Sissy, ognuno con i propri mezzi, perseguano la propria autodistruzione. Anche se non si tenta il suicidio, sottoporre il proprio corpo e la propria umanità a pratiche mortificanti in assenza di qualunque sentimento che altro è se non autodistruggersi? Per quanto il rapporto fra loro sia decisamente complicato, la sorella è comunque l’unica creatura per la quale il nostro protagonista provi una sorta di tenerezza che lo stimola all’accudimento. La sofferenza di lei, però, rappresenta un ulteriore attacco al suo equilibrio già molto precario. La pressione del passato e lo strazio del presente costituiscono un peso soffocante e il tentativo di sfuggirvi spinge Brandon a cercare avventure erotiche sempre più frenetiche, umilianti, vuote. Nessun piacere scaturisce da tali attività: l’espressione sul viso dell’interessato mentre le vive – interpretazione di Fassbender praticamente grandiosa! – è dolorosa se non addirittura tragica.

Il contrasto fra l’infelicità senza speranza dei personaggi e la bellezza, l’eleganza e la ricchezza degli ambienti colpisce con forza. Essi si muovono in una Manhattan senz’anima, fatta di vetri, acciaio e razionalità, con locali di lusso popolati da donne attraenti che Brandon può permettersi di pagare per le loro prestazioni. La stessa classe e raffinatezza caratterizzano la sua abitazione che tuttavia appare fredda e priva di vita. La fotografia di Sean Bobbitt, una delle migliori viste ultimamente al cinema, esalta magistralmente ogni elegante dettaglio e la regia è insuperabile nel fare di ambienti belli e curati, esteticamente perfetti, una prigione ideale. Indescrivibile l’efficacia con la quale la geniale direzione di McQueen sa trasmettere emozioni mediante immagini di dettagli e  ‘sezioni’ di luoghi, oggetti e corpi: la realtà così ‘spezzettata’ sembra schiacciare con violenza ancora maggiore sia chi è nella storia sia chi la vive seduto in sala. In una delle scene più toccanti, per esempio, fratello e sorella sono ripresi di spalle con un piano sequenza che immobilizza in un ‘riquadro’ uno dei dialoghi più importanti del film.

Ma una prigione ideale è comunque una prigione. Di passaggio in passaggio il dolore aumenta e costringe i due protagonisti in una spirale sempre più oscura. Nonostante il tentativo di aggirare l’elemento patologico cercando di instaurare una relazione reale con una donna ‘vera’ – tentativo che, prevedibilmente, si conclude con un fallimento – la corsa di Brandon al presunto godimento prosegue. In realtà, a questo punto, nulla di quanto accade potrebbe essere considerato una forma di appagamento: difficile immaginare dove il tutto possa portare e infatti McQueen ci risparmia sia il lieto fine che la chiusa moralistica. Forse la via di uscita sta nel sorriso ammiccante di una sconosciuta in un vagone della metropolitana… o sarà proprio quel sorriso che aprirà a Brandon la via della dannazione?

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