“Albert Nobbs” di Rodrigo Garcia: un ‘uomo’ senza qualità

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Una grande occasione mancata: non mi viene in mente altra espressione per riferirmi al film di Rodrigo García Albert Nobbs, reso famoso dalla strepitosa recitazione dell’attrice americana Glenn Close, al suo ritorno sul grande schermo dopo una lunga assenza.

La Close, come si è letto in giro, aveva già interpretato quel ruolo molti anni orsono, nell’opera teatrale tratta, come l’omonima pellicola, dal racconto dell’irlandese George Moore, Morrison’s Hotel, Dublino (Tranchida, in ristampa col titolo del film), e ne era rimasta colpita al punto da sostenere in seguito il progetto cinematografico e parteciparvi attivamente: la direzione del film è stata poi affidata al regista colombiano figlio del celebre scrittore Gabriel García Márquez. Il motivo di tanto interesse sta probabilmente nel fatto che la vicenda descritta è originale quanto toccante: nella Dublino del XIX secolo accade che una donna, per sopravvivere – sola – in un mondo maschile e per difendersi dalle sue violenze, sceglie di travestirsi da uomo mettendo da parte la sua reale identità. L’esistenza che ha voluto non è ovviamente scevra da difficoltà: prima di tutto la condanna ad una solitudine senza speranza, in quanto tutto quello che lei è o desidera rimane ingabbiato in quella finzione che dura da sempre; in secondo luogo non vi è mai per lei la certezza che lo stratagemma non possa prima o poi svelarsi. Seguiamo dunque la sua storia mentre lei – un impeccabile maggiordomo apparentemente distaccato e per nulla incline alla confidenza – esegue senza gioia le sue incombenze quotidiane. La vediamo allorché, costretta dalle circostanze a condividere il letto con un compagno di lavoro, viene messa a confronto con un personaggio al quale deve rivelare il suo mistero e che a sua volta le confessa il proprio. Comprendiamo anche quanto il peso di una esistenza solitaria e ‘fittizia’ si faccia sempre più insopportabile, il desiderio di un’affettività piena sempre più incalzante, l’esigenza di affrancarsi da una vita da ‘servo’ sempre più urgente, così che la nostra protagonista annaspa fra l’acquisto di un’attività commerciale con il denaro accumulato negli anni soldino dopo soldino e il corteggiamento di una giovane cameriera con la quale si illude di poter formare una famiglia. Questo intricato intreccio di sentimenti e stimoli viene risolto da una conclusione patetica e niente affatto consolatoria, che lascia molta materia di riflessione e un po’ di amaro in bocca.

Con una tematica di tale portata, con così tanti spunti – la perdità di identità sessuale, la condizione sociale della donna, il rapporto con l’omosessualità – avremmo potuto attenderci un film importante e profondo. Perché, per così dire, la ciambella non è riuscita con il buco? La performance di Glenn Close è irreprensibile: intensa, drammatica, mai sopra le righe si muove dimessamente in questo mondo che le ha fatto tanto male e anche quando sorride, lascia trasparire la sofferenza che ha dentro. L’abitudine alla costrizione l’ha indotta quasi a dimenticare la propria femminilità, tanto è vero che non conosciamo mai neanche il suo vero nome. L’unico momento di abbandono si manifesta con una corsa sulla riva del mare in abiti femminili, ma, appunto, dura solo un attimo.

Il problema, dunque, sta nella sceneggiatura e nella regia: il contesto storico sociale non è approfondito a sufficienza, per cui le motivazioni intime di ‘Albert’ e la mancata scelta a favore di una diversa forma di identità sessuale non sono logicamente riconducibili alla situazione delle donne o alla morale corrente in quell’epoca. Lo stessa personalità della protagonista rimane difficilmente afferrabile in quanto l’autocensura imposta sembra quasi aver ‘ingessato’ i suoi veri sentimenti. Una presa di coscienza a livello intimo avrebbe probabilmente dato al personaggio uno sviluppo ed uno spessore maggiori; se nell’intento del regista una presa di coscienza del genere doveva rimanere ‘velata’ certo non è dato sapere: sembra quasi che la gabbia costruita intorno ad ‘Albert’ sia talmente ‘fitta’ da non far intravedere nulla al suo interno, lasciando cogliere soltanto il mistero che avvolge il personaggio dall’inizio alla fine del film. Può un’anima coincidere con una maschera? Può il pudore anestetizzare la sensibilità? Certo è che una geniale recitazione non è in grado colmare tutte le falle di questo lavoro che vale comunque la pena di vedere, se non altro per farci rimpiangere che la festa degli Oscar 2012 non sia stata la festa di Glenn Close; infatti, per un criterio che a molti – me compresa – è apparso incomprensibile, l’ambito riconoscimento è stato attribuito alla solita Meryl Streep: una bizzarria che si aggiunge alle tante che ci sono al mondo.

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