“Hesher è stato qui!” di Spencer Susser: giovani metallari insegnano

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Opera prima di un giovane regista non certo famoso, Hesher è stato qui è un piccolo film che, a mio avviso, dimostra come le produzioni non commerciali possano spesso dare risultati positivi insperati. Dell’americano Spencer Susser sappiamo solo che è entrato molto presto nell’ambiente del cinema facendosi le ossa su molti set. Nel 2010 è riuscito finalmente a girare il suo primo lungometraggio da regista, uscito da noi  con il solito rilevante ritardo. Si può inoltre supporre che Susser sia un appassionato di musica hard rock, in quanto essa gioca un ruolo fondamentale nel suo film: come indica lo stesso titolo, vi si narra la storia di Hesher, uno sfrenato metallaro senza né arte né parte, che va per il mondo su un malconcio furgone nero. Di Hesher non si sa né da dove venga né dove sia diretto: appare all’improvviso nella vita amara di un ragazzino, T.J., che ha appena perso la mamma in un incidente e di suo padre che non riesce a metabolizzare il proprio dolore. Senza una plausibile spiegazione, il nostro metallaro si installa a casa di questa famiglia devastata nella quale solo l’anziana nonna sembra aver mantenuto un minimo di equilibrio e serenità ma non riesce a trasmetterli ai suoi cari e, ovviamente, comincia ad intervenire pesantemente nel suo quotidiano. Le sue iniziative non sono certo apprezzate, anche perché, nel suo atteggiamento, non vi è traccia di empatia o umana compassione. Il suo modo di fare è improntato alla brutalità più triviale: è dunque naturale, per lui, approfittarsi della mite cortesia dell’anziana padrona di casa che, senza nemmeno conoscere le ragioni della sua presenza, lo ospita amorevolmente come se, da tale presenza, attendesse un aiuto, un appoggio, un conforto. In effetti, proprio con lei che lo accetta sorridente, Hesher personaggio che, a quanto si è letto, sarebbe ispirato allo scomparso bassista dei Metallica Cliff Burton – riesce ad instaurare un rapporto di comunicazione, mentre per T.J. e suo padre la sua compagnia equivale ad una sgradevole imposizione. Il loro sentimento appare in realtà comprensibile: Hesher  si muove in modo decisamente disturbante, è privo di rispetto per la sofferenza altrui e, per molti aspetti, scioccante nel suo approccio rozzo ad anime provate nell’intimo da un lutto inaccettabile. T.J., nonostante le resistenze iniziali, non può fare a meno di essere travolto da questo ‘ciclone’ che, in un tempo brevissimo, fa irruzione nella sua casa, si intromette nel suo innocente legame con una dolce cassiera (Natalie Portman, mai apparsa più dimessa ed anonima) e interviene anche nella sua vita scolastica già molto complicata a causa di un bullo che lo perseguita. I suoi atti sono triviali e volgari al limite dell’insopportabilità, con conseguenze che, per quanto spesso presentate con humor, appaiono spiacevoli, se non pesanti: le motivazioni alla base del suo comportamento risultano quasi sempre insensate, addirittura folli. Alcune scene in cui Hesher dà prova della sua logica e della sua etica così peculiari sono talmente bizzarre da suscitare ilarità. In questo modo, quasi inspiegabilmente, egli riesce a rivoluzionare in senso positivo le esistenze di tutti.

C’è chi ha visto in questo indisciplinato ‘capellone’ un’ulteriore versione dell’’angelo custode’ alla Besson ma, in verità, la figura di Hesher è quanto di meno poetico si possa immaginare. Se proprio si volesse tracciare un’analogia un po’ blasfema, si potrebbe pensare al Visitor Q di Takashi Miike che però, in quanto a scene orribili e scioccanti, batte di gran lunga il metallaro. Quest’ultimo, ben lungi dall’essere una presenza muta come il misterioso visitatore del film giapponese – anzi, il suo linguaggio è un campionario veramente completo di parolacce e volgarità! – si intromette nelle situazioni più delicate dissacrandole e suscitando, in fondo, simpatia. Infatti, dal suo comportamento bizzarro ed irriverente emanano una forza ed una voglia di vivere che, oltre a dare una salutare scossa al depresso ragazzino, contagiano il pubblico finendo con il portarlo dalla sua parte.

Joseph Gordon-Levitt, con le sue espressioni eccessive e strafottenti, si è calato alla perfezione nel personaggio di Hesher, impersonando un menefreghismo così totale rispetto al mondo delle convenzioni da non poter più essere dimenticato.

La regia soffre delle classiche ingenuità di un’opera prima: ma ingiusto appare il rimprovero, che molti hanno mosso alla pellicola, di non trasmettere un preciso messaggio: in un contesto del genere, una morale apparirebbe a mio avviso come una forzatura. Il messaggio sta tutto nella gioiosa incontenibilità di Hesher, nel catartico fragore delle chitarre della colonna sonora – che la renderà cara ai metallari di ieri e di oggi! – e nel dono che viene lasciato a T.J. dall’’angelo’ protettore dopo la sua partenza e che per quanto sia profondamente significativo, susciterà, ancora una volta, un sorriso.

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