Interferenze: Trilogy: Green fragments

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Già recensiti con l’incoraggiante doppio circolare “V1.1/V1.2” (il secondo dischetto ci faceva tornare sui nostri passi appena compiuti), Giacomo Salani e Luca Fucci danno alle stampe il primo episodio di una trilogia alla quale hanno dedicato l’intiero 2011 (disponibile attraverso la piattaforma Bandcamp), chiusi fra le pareti del La Fucina Studio (gestito dallo stesso Jac). Green fragments consta di sette episodi, i quali ci permettono d’avviare una approfondita indagine sulla maturazione del duo fiorentino, inducendoci alla curiosa conclusione che i mesi trascorsi dal predecessore paiano ben più di quelli effettivi. Anche se trattasi sempre di elettronica, prevalgono sensazioni ed emozioni fra le pieghe di canzoni sovente inquiete, perché l’apparentemente fredda materia viene manipolata con grande attenzione e con uno spirito franco ed indagatore. Ed ecco che, inoltrandoci tra le sue stazioni sonore, Green fragments rivela “Underneath the sky”, che si apre come splendida ballata notturna che accompagna passi incerti nel cuore della città immersa nel sonno e nel buio e che tosto ci sorprende e fa sobbalzare nella seconda parte, trasformandosi in un disperato urlo di dolore e paura, od una “Hopes in november” immaginifica come il suo titolo evocante cieli plumbei e vento gelido che ghiaccia le carni, brano dark nella sua più pura essenza. Sempre di Interferenze (la band) trattasi, ma le ambientazioni mutano come l’umore nel corso d’una intensa giornata, o le percezioni nel corso della vita, avviandosi dalla giovinezza all’età matura. “Sick bloody rain” caracolla irregolare e nervosa, mentre la title-track si rannicchia nell’angolo più lontano d’una stanza buia, non abbisognando di parole per svolgere il suo tema. Sonorizzatori di eventi mondani quali quelli legati all’Alta Moda, e fini assemblatori d’immagini in musica, Salani e Fucci fanno scorrere lentamente una pellicola sfocata d’una vita bruciata, andante incontro ad un epilogo che appare inevitabile nella sua tragicità. L’assenza della voce crea un vuoto del quale apparentemente non s’avverte, ma che in “Hush” viene infine svelato, conducendo infine entrambe ad un finale condiviso. “Bloodstains” lega il nu-metal con lacciuoli stretti piegandolo ai propri voleri, edificando un costrutto sonoro obscuro ed alienante, e questo è il contenuto predominante di Green fragments, chiuso magnificamente da “After the rain”, purificante come la pioggia che monda dalla polvere incrostata da mesi di siccità, disegnando paesaggi futuri comunque incerti, sovrastati da una Apocalisse incombente della quale non si può ancora preconizzare l’Avvento, ma che forse verrà meglio definita nei due prossimi passi che gli Interferenze compieranno assieme a noi.

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