Ottavio Cappellani: L’isola prigione

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Le storie siciliane di Ottavio Cappellani hanno destato notevole interesse sia all’estero che in Italia: creatore del gangster Lou Sciortino, le cui avventure sono state – a quanto pare – cedute alle maggiori case editrici straniere, egli si cimenta ora in un romanzo ‘distopico’ di grande suggestione, che si riallaccia ad una tradizione di valore più presente in altri paesi che da noi, ma mantiene le caratteristiche italianissime della sua letteratura ed i legami con una delle nostre isole più belle. L’isola prigione è infatti ancora la Sicilia: ritroviamo i suoi superbi panorami, i suoi paesaggi mediterranei e misteriosi allo stesso tempo. Ma, in questo caso,la Sicilia di Cappellani  è anche il luogo ove viene attuata un’atroce manovra che ha lo scopo di svuotarla dei suoi abitanti – mandandoli lontano, sulla terraferma – per impadronirsi di ciò che è stato individuato da una autorità crudele quanto enigmatica come lo strumento di potere per eccellenza: il petrolio. La vicenda si sviluppa in modo coerente, inserita in una struttura complessa ma appassionante. Il romanzo, dopo un prologo quasi scorporato dalla storia in sé nel quale vengono spiegati il significato della lettura e l’importanza dei libri per la vita dell’uomo, comincia con l’apparizione di misteriosi ‘cannibali’ che diffondono il panico in varie zone della regione, uccidendo spietatamente alcuni malcapitati cittadini; questo inizio fa pensare ad un’incursione nel classico horror quasi di stampo cinematografico: mostri di ignota origine che circolano, gente in fuga dalle case, indagini che non riescono a venire a capo dell’enigma. In questo contesto convulso, l’autore ci presenta i personaggi su cui fonderà la storia: la ‘ranger’ Michela, una donna emancipata che sta facendo i conti con la propria ‘femminilità’, il documentarista Gabriele, che viene coinvolto sempre più negli eventi a causa della sua passione per la ‘testimonianza’, il quindicenne Turuzzieddu, i cui genitori divorati dai cannibali hanno dovuto abbandonarlo ad una serie di problemi da affrontare e decisioni importanti da prendere. Li osserviamo, dapprima separati, mentre ognuno a suo modo e con le proprie caratteristiche cerca di gestire la situazione e, se possibile, di uscirne ‘con onore’. I fatti che stanno funestando la Sicilia li costringono, loro malgrado, a vivere indesiderate avventure, nel loro girovagare in cerca non solo di salvezza ma anche e soprattutto di una logica spiegazione di quanto avviene: chi sono i cannibali, come sono diventati tali e, in particolare, chi li ha mandati. I nostri protagonisti portano ovviamente con sé le loro problematiche personali: Michela ha il suo peculiare vissuto familiare, la relazione con i genitori e i dubbi sulla propria capacità di instaurare un legame sentimentale – o è la volontà che le manca? – che le consenta soluzioni di vita più tradizionalmente ‘femminili’; Gabriele ha perso i suoi in modo tragico, e da allora è convinto di non temere più la morte; Turuzzieddu, infine, voleva coltivare la terra come suo padre prima di lui, ma i cannibali lo hanno privato delle sue aspirazioni. Essi hanno dunque un approccio diverso alla situazione che si trovano a vivere: Michela fa appello ad un coraggio che forse non è il suo, tanto è vero che cerca sostegno psicologico in una cavalla; Gabriele, che il coraggio lo ha – tentennerà solo quando avrà trovato qualcuno da amare – è fermamente deciso a capire e Turuzzieddu ha uno stato d’animo analogo, anche se sa esprimerlo con un linguaggio differente, quello che sente realmente suo in quanto glielo hanno trasmesso i genitori. Le ricerche dei tre che, nel corso del racconto, si incontreranno e condivideranno le loro avventure, riveleranno inimmaginabili  aspetti della storia e sposteranno le ragioni di quest’ultima dalla prospettiva horror pura e semplice a quella fantascientifica/distopica svelando dettagli sorprendenti quanto raccapriccianti.

Questo spostamento impone all’attenzione il significato sociale dell’opera che, nel suo alludere a contesti e situazioni vicine a noi,  le conferisce uno spessore particolare. La Sicilia resta l’isola piena di fascino e misteri che già incantò tanti scrittori a cominciare dal buon Goethe, ma diventa in questo caso metafora del nostro mondo agitato da rivolgimenti di ogni genere, turbato da problematiche di convivenza fra razze o da ingiustizie sociali, dove gli eventi sono guidati da forze superiori che nessuno conosce ed i cui scopi sono così ignoti da apparire a volte inspiegabili. L’ambientazione in questa suggestiva terra colloca tutte queste tematiche in una storia dalle radici antiche ed in una tradizione di civiltà secolare.

La conclusione del libro rivela, a mio avviso, quello che forse è il pensiero più vero del suo autore: niente lieto fine, incertezza sul futuro governato dai misteriosi dominatori dei quali non sono note le intenzioni, ma fiducia nell’uomo che mantiene i legami con il passato e nella donna che è in grado, anche quando tutto il resto viene a mancare, di dare origine ad una nuova vita.

Ottavio Cappellani – “L’isola prigione”, Mondadori Strade Blu, 2011, pag.408, € 18,00

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