Susan Hill: La donna in nero­

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In concomitanza con l’uscita del film che ne è stato tratto, Polillo Editore propone una nuova edizione del classico della letteratura gotica The woman in black, scritto nel 1983 e giunto ad una discreta notorietà anche grazie alla rappresentazione teatrale che dura a Londra da ben 23 anni. L’autrice del piccolo libro è l’inglese Susan Hill, che  ha prodotto oltre quaranta opere tra romanzi, raccolte di racconti, saggi e testi per bambini ed ha ottenuto vari prestigiosi premi. Con questo volumetto, la scrittrice si avventura in un genere di grande e rilevante tradizione, quello della ‘ghost story’ classica tipicamente anglosassone di fine 800, di cui Horace Walpole fu uno degli iniziatori. Nel pieno rispetto dei canoni di tale genere, la Hill ambienta la sua storia in uno dei siti più tetri e macabri che la letteratura di tutti i tempi ricordi: la solitaria Eel Marsh House, magione collocata in un malinconico paesino inglese, già appartenuta alla defunta Alice Drablow. Il narratore, Arthur Kipps, è un uomo ormai anziano che i festeggiamenti natalizi inducono a rievocare un’esperienza degli anni giovanili che si è impressa in lui in modo incancellabile. Ritroviamo così una cornice piuttosto classica, quella del racconto di fantasmi in famiglia, che già era presente, per esempio ne Il giro di vite di Henry James. Ma stavolta l’inquietudine che questa vicenda produce e la sofferenza che a suo tempo ne era derivata costringono il protagonista a non usare il veicolo della voce per spiegarsi, ma a preferire la parola scritta. La parola scritta nasce in solitudine ed è, insieme, catartica e liberatoria. Sembra proprio che il nostro eroe senta l’esigenza di aprirsi con altri per alleggerirsi di un grosso peso che, nel trascorrere degli anni, gli è sempre rimasto nel cuore, rendendogli la vita difficile. La consapevolezza dello stato d’animo del narratore contribuisce a trasmettere fin dal principio al lettore una sottile ma acuta apprensione. Inoltre, il fatto che Kipps si professi apertamente razionalista e dichiari di non credere ai fantasmi è uno stratagemma che induce in chi legge la certezza che i fantasmi arriveranno davvero.

Inizia così la descrizione degli eventi che accaddero in quella vecchia casa, ove Arthur aveva dovuto recarsi per ragioni legate alla sua attività di giovane avvocato. Lo studio londinese del Sig.Bentley, in cui egli lavorava, aveva infatti l’incarico di esaminare il lascito della proprietaria della singolare residenza, deceduta in isolamento e senza eredi. La storia è semplice e suggestiva: trabocca di passioni, amore travolgente, sofferenze, abbandoni e tutto quanto di meglio il repertorio gotico possa offrire. Ovviamente c’è un fantasma che non trova pace e per di più è cattivissimo e bramoso di vendetta.

Ma ciò che, a mio avviso, coinvolge profondamente il lettore e pone la Hill al livello dei grandi autori del genere è la sua meravigliosa capacità di far nascere il terrore dalla rappresentazione di luoghi, oggetti comuni o fenomeni atmosferici, che diventano parte fondamentale del racconto. Eel Marsh House, che sembra la versione  in nero di una casa della Austen, si staglia solitaria e lugubre al di là di un’orrenda palude: essa diviene irraggiungibile durante l’alta marea e tale circostanza fa sì che si trasformi, nei momenti più pregnanti, in una sorta di cupa prigione. Quando è battuta dal vento, somiglia ad “una nave sul mare in balìa della tempesta”, è detto magistralmente nel libro. Al suo interno, grande attenzione è data ai dettagli materiali, ai soprammobili e agli arredi: una semplice sedia a dondolo può spingere il terrore al parossismo come uno strumento di tortura. Ombre e fruscii alludono a misteriose presenze che si concretizzano tuttavia esclusivamente in quell’unica, agghiacciante apparizione: quella di una donna in abiti neri, dall’aspetto sofferente, che si presenta agli occhi del protagonista reale come una persona in carne ed ossa. A completare l’inquietante quadro, c’è la palude che ogni visitatore della dimora è costretto ad attraversare: essa costituisce quasi un mondo a sé stante, ricettacolo di tragici segreti, luogo infido e traditore che minaccia l’incolumità dei viandanti accogliendo in sé coloro che cadono per restituirli senza vita.

Arthur Kipps non potrà mai più dimenticare quanto ha avuto luogo nella casa anche perché dovrà subirne un fatale seguito che sconvolgerà la sua esistenza in modo permanente.

Come accennato, il film tratto dal libro è uscito in questi giorni per la regia di James Watkins, giovane regista britannico al suo secondo lavoro. Nel ruolo del protagonista ritroviamo Daniel Radcliffe, finalmente cresciuto dopo aver a lungo vestito i panni di Harry Potter. Senza dilungarmi troppo, posso solo rimpiangere i pesanti rimaneggiamenti della trama che, a mio avviso, hanno sensibilmente alterato lo spirito dell’opera e che sono stati intrapresi presumibilmente per conferire al tutto una patina più moderna. Quasi nessuno ha peraltro potuto astenersi dal notare l’insoddisfacente prova di Radcliffe, sul cui ruolo da protagonista era incentrata l’intera struttura. Il giovane attore non ha certo brillato per la varietà delle sue espressioni  e, in poche parole, non è parso all’altezza di una recitazione così impegnativa. Nel complesso la pellicola è comunque apprezzabile e riserva più di un momento di grande emozione.

Susan Hill “La donna in nero”, Polillo 2012, pag.192, € 12,90

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