Steve Hogarth Richard Barbieri: Not the weapon but the hand

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Steve Hogarth è la voce dei Marillion. E’ colui che si assunse l’onere di sostituire Fish nel gruppo che ricuperò il glorioso progressive inglese, riscrivendolo ed aggiornandolo, dando vita all’effimera corrente della NWoBPR. E che, con “Brave”, si affrancò definitivamente da un passato ingombrante per intraprendere un percorso nuovo, che prosegue tutt’ora, fra momenti di stanca ed altri decisamente più confacenti all’antico blasone. Richard Barbieri è artista finissimo, uso a vivere discosto, appena fuori dal cono d’ombra del protagonista di turno, che si chiami David Sylvian oppure Steven Wilson non fa importanza. Ma è anche il co-responsabile di capolavori come “Tin drum”, ed il promotore di iniziative di grande respiro, sia accompagnandosi ai suoi ex-colleghi (le produzioni targate Medium Productions con Jansen e Karn, i Dolphin Brothers, ancora con l’ex batterista dei Japan, ma l’elenco è lungo…). Recentemente Hogarth ha dichiarato che, quando militava con The Europeans e con How We Live, considerava “Tin drum” opera imprescindibile e modello di riferimento. Avendo già operato assieme con il progetto H (più che un solo del cantante), questa uscita patrocinata dall’attenta K-Scope (alla label si deve la recente riscoperta delle ambientazioni progressive, molto più moderne e coraggiose da meritare il prefisso post) è da ritenersi come la naturale evoluzione di un programma principiato in parallelo, che trova ora finalmente un punto di congiunzione. Not the weapon but the hand consta di otto tracce (ma la title-track non supera il minuto e mezzo) delicate e crepuscolari, che richiamano paesaggi osservati attraverso un velo di pioggia finissima che scivola dal cielo plumbeo, gocce che coagulano sulle falde del cappello e che poi scorrono sulla stoffa dell’impermeabile, lasciando una scia d’impercettibile umidore. Come un panno lasciato poi asciugare al tepore del sole al meriggio, “Naked” e le sue compagne si fanno apprezzare come l’infuso centellinato dalla tazza fumante, nel mentre le cime piegate degli alberi fanno percepire ai nostri sensi il gelo che penetra tra le pieghe degl’indumenti, fuori nella piazza spazzata dal vento. Non mancano episodi più movimentati, che comunque prendono le distanza sia dai Porcupine Tree che dai Marillion, magari evidenziando una ricerca sonora che non sarebbe dispiaciuta al compianto Mick Karn (il bel basso di Dave Gregory su “Crack”), ma nessuno prevarica, ed il livello complessivo rimane ben oltre la risicata media che per altri è obbiettivo di gran prestigio. Lo vidi dal vivo stanco, due anni or sono o quasi, Steve Hogarth, lo ritrovo ora nel pieno di un rinnovellato vigore, ben sostenuto da Barbieri, musicista che ha raggiunto una maturità artistica di assoluto rispetto. Not the weapon but the hand è uno degli episodi più interessanti riservatici da questo primo quarto di duemilaedodici, certamente ci ricorderemo di lui anche a fine anno!

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