U.V. Pøp: No Songs Tomorrow

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Uno degli eventi più interessanti di questa primavera è la ripubblicazione, da parte di Mannequin/Sacred Bones, dell’album di UV Pøp (Ultra Violent Pop) No Songs Tomorrow: si tratta di un progetto post punk inglese creato da  John K. White nei primi anni ’80 che oggi forse pochi ricordano. Nati nell’area  South-Yorkshire proprio in quel periodo storico che, per le difficoltà a sfondo sociale e molte altre ragioni, fu la culla di tutte le produzioni più cupe e disperate del post-punk britannico, rispecchiarono in pieno le incertezze, le angosce e la dilagante confusione: parliamo dell’Inghilterra afflitta dalla politica ultraconservatrice della Thatcher, la ‘lady di ferro’.. In questo paesaggio dove i medesimi malesseri generavano opposti estetismi si affacciò così anche il malinconico John K. White con la sua visione del mondo critica e molto pessimista che No Songs Tomorrow restituisce con sincerità ed in modo molto coinvolgente. Curiosamente, le tracce del primo lato differiscono notevolmente da quelle del secondo, come se nascessero da un’ispirazione del tutto diversa: suggestive ballate acustiche dalla patina folk contro duri pezzi elettronici nello stile dei primi Cabaret Voltaire. La prima traccia “No Songs Tomorrow” è di una bellezza sconvolgente: una melodia minimale e dalla ritmica secca accompagna la voce roca ed introspettiva in un crescendo di fredda emozione. La lunga “Portrait” è un’altra malinconica ballata con la chitarra in primo piano, che richiama alla mente certi passaggi dei grandi Durutti Column. “Some Win This” è un tale parossismo di sconforto da rasentare la disperazione, dove il canto riesce ad evocare cruda sofferenza interiore. “See you”, appena più sintetica, e “IC”, altra deliziosa ballata tutta chitarra con un mood un po’ meno depresso anticipano l’atipica “Psalm”, una sorte di ode all’ateismo scritta e recitata da Andrew Darlington, in cui parole pesanti come massi scivolano su un semplice ‘tappeto’ elettronico. “ Sleep Don’t Talk” e “Commitment” segnano l’irrompere dello scenario più prettamente coldwave, con sonorità sempre minimali ma più ‘rumoriste’ e le prevedibili distorsioni della voce. “Arcade Fun” ricorda decisamente i PIL della prima ora, mentre  la strumentale “Hafunkiddies” è bizzarra, quasi indefinibile. Infine “Four Minute Warning”, è un brano elettronico dal ritmo sostenuto che sfocia in una chiusa assai inquietante. Voglio ricordare che la versione in CD dell’album contiene in più tre bonus tracks.

Email: http://www.mannequinmailorder.com/
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