“Dark Shadows” di Tim Burton: gli ‘ultimi’ vampiri

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Di Tim Burton devo parlare con cautela, per non rischiare di rendere troppo palese l’entusiasmo che, da sempre, il suo lavoro mi ispira. Anche nel caso di Dark Shadows esiste il pericolo che io manchi di obiettività: ma mi conforta sentire e leggere un po’ dappertutto che stavolta, pur non avendo raggiunto il livello di perfezione di altri suoi film, il grande regista ha ottenuto un buon gradimento ed un ottimo successo fin dai primi giorni di programmazione.

Tratto, come si sa, da una celebre serie televisiva americana degli anni ‘60, Dark Shadows restituisce a tutti i fan burtoniani quelle atmosfere ‘gotiche’ e quel particolare gusto estetico che hanno reso famoso il nostro nel corso del tempo, condite però con quel ‘pepe’ di sano umorismo che è un po’ tipico della sua maturità. La trama non è certo originale: Barnabas Collins, rampollo di una nobile famiglia settecentesca, viene trasformato in vampiro dal maleficio di una strega alla quale aveva rifiutato il suo amore. Rimesso casualmente in libertà negli anni ’70, egli si ritrova in un’epoca che gli è estranea, in compagnia dei discendenti della sua famiglia, della quale ignora l’evoluzione. E’ di nuovo Johnny Depp, l’attore-feticcio di tante opere di Burton, ad interpretare con grazia il personaggio di Barnabas Collins; già il trucco, con quel cerone bianco simile, in un certo senso, a quello di Edward Manidiforbice, è un piccolo capolavoro e aiuta l’attore a calarsi nei panni del vampiro più originale e – ammettiamolo – simpatico che si sia visto sul grande schermo da dieci anni a questa parte. Inoltre, l’abilità con cui egli rende lo ‘spaesamento’ di un individuo piovuto all’improvviso dal ‘700 al 1972 è pari solo al magnetismo che emanava la sua recitazione in Sweeney Todd, uno dei ruoli che ho preferito. E’ lo stesso Tim Burton, in un’intervista pubblicata tempo fa su La Repubblica, a spiegarci la scelta ‘cronologica’: “E’ un anno cardine, una data sospesa: la stagione di trapasso dalla ventata hippy alla nuova generazione ‘disco’, dalle predicazioni ‘peace and love’ della controcultura all’emergente egocentrismo post-Vietnam. All’orizzonte affiora l’io, una civiltà più materialista”. Gli anni ’70 vengono in effetti rappresentati con alcune efficaci citazioni simboliche che compaiono qua e là: gli spinelli, gli ‘hippies’, Love Story, ed alcuni ‘azzeccati’ revival musicali nella colonna sonora (Moody Blues, Barry White, T. Rex, solo per fare dei nomi). L’estetismo ‘gotico’ di Burton si adatta brillantemente alla rievocazione di quel tempo e vi inietta l’elemento surreale così unico e così suo creando un gustosissimo impasto, sfondo perfetto per le vicende di una famiglia tra le più ‘aliene’ il regista abbia finora immaginato. Si tratta infatti di una galleria di peculiarità  e bizzarrie davvero ricca; tuttavia il vampiro Barnabas che, nonostante il lungo tempo trascorso, sente vivissimi i legami di ‘sangue’, si schiera in difesa dei pochi parenti ritrovati in modo così insperato affrontando un altro pericoloso conflitto proprio con la strega che, due secoli prima, era stata la causa di tutti i suoi guai e anche della perdita del grande amore della sua vita. Sulla tematica familiare sono ancora le parole di Burton, nell’intervista già citata, ad essere le più ‘giuste’: “Anche qui, come in molti miei film, il ‘mostro’ è la famiglia, nido chiuso, ricattatorio, falsamente protettivo. La voce del sangue, in senso domestico, è la prima legge di Dark Shadows, come segnala la sentenza d’apertura: Blood is thicker than water. Ne esce il ritratto di una famiglia sbagliata, come lo sono tutte. Non esiste la famiglia ideale.”

Fra i curiosi consanguinei del nostro Barnabas, la figura della ‘matriarca’ Elizabeth merita uno speciale elogio: la ormai ultracinquantenne – ma ce ne fossero! – Michelle Pfeiffer supera qui davvero se stessa nell’interpretazione della fredda ed elegante capofamiglia che non esita, tuttavia, a gettarsi nella mischia spalleggiando l’eccentrico parente nella sua lotta per la riconquista del prestigio familiare. Algida e snob come è giusto che sia una nobildonna, si inserisce in modo talmente brillante nell’atmosfera di umorismo surreale che spicca in alcuni dei passi più indimenticabili, da strappare letteralmente l’applauso a scena aperta.

Ma uno degli aspetti che colpiscono maggiormente in Dark Shadows è certo la ‘sontuosità’ visiva, il fascino e la bellezza delle immagini, la magnificenza delle scenografie: il direttore della fotografia, Bruno Delbonnel, ha qui compiuto un lavoro egregio. Con la computer grafica, poi, sono stati creati effetti speciali davvero straordinari, grazie ai quali alcune sequenze sono destinate a rimanere senza dubbio nella storia del cinema. Perché alla fine questo è soprattutto un film da godersi ‘guardando’, minuto dopo minuto: le presunte debolezze della sceneggiatura, rilevate da alcuni critici, non si notano affatto se riusciamo ad abbandonarci con semplicità alla gioia della visione.

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4 comments

  1. Christian Princeps 24 Gennaio, 2015 at 12:08

    Nel 1999, un altro grande regista(diverso da Burton nello stile), David Lynch, si presentò con “Una storia vera “film lontano dal suo stile visionario.Si temete un cambio di marcia nella carriera del regista, ma poi Lynch tornò al suo stile abituale girando i notevoli “Mulholland drive”e”Inland empire”.
    Ecco forse “Big eyes” potrebbe essere per Burton una vacanza dal suo cinema abituale, così come lo è stato “Una storia vera “per Lynch.
    Ho la sensazione che , già dal prossimo film, il buon Burton tornerà al fantastico puro, genere di cui è uno dei maestri indiscussi.

  2. Christian Princeps 24 Gennaio, 2015 at 14:34

    Oops ho sbagliato articolo, doveva essere a commento di “Big eyes”, non di “Dark shadows”…

  3. Mrs. Lovett 24 Gennaio, 2015 at 15:20

    Non c’e’ problema :-). Quanto a cio’ che dici, e’ vero, anche se le cose che preferisco di Lynch non sono certo le ultime. E… siccome a Tim Burton voglio davvero tanto bene, credo che sia cosi’. Voglio crederlo e attendo fiduciosa…

  4. Christian Princeps 26 Gennaio, 2015 at 01:38

    Comunque mi complimento per la recensione di “Dark shadows” che in buona parte condivido. Questo film non è stato molto amato dalla critica, ma a torto, perché c’è veramente tutto ciò che ha reso grande Burton, dalle atmosfere gotiche al corrosivo black humor, attori straordinari, ed un “cattivo” di spessore come la strega interpretata da Eva Green, dotata di una sua tragica grandezza . La strega, ma anche il Barnaba di Depp non sono personaggi monodimensionali,tracce di crudeltà compaiono nel protagonista positivo così come una certa vulnerabilità sentimentale emerge nella strega (significativa la scena, poeticissima, della sua morte, con Depp che le carezza il viso che si frantuma come fosse di porcellana).Il film migliore di Burton dai tempi de”Il Mistero di Sleepy hollow”, ma enormemente sottovalutato, tranne che nella recensione qui su Ver Sacrum e in pochi altri siti e giornali.

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