“Hunger” di Steve McQueen: il corpo dice

0
Condividi:

Sulla scia del successo riscosso da Shame, ecco arrivare nelle sale anche Hunger, film del 2008 già a cura della premiata ditta McQueen-Fassbender che, fin da allora, dimostrava di avere le carte in regola per riuscire vincente.

Come tutti sanno, la pellicola è ambientata nell’Irlanda del Nord, anno 1981, e si ispira ad una vicenda realmente accaduta: vi si narra la breve parabola del leader dell’IRA Bobby Sands che, rinchiuso per quattro anni nel carcere di Belfast, il famoso ‘The Maze’ (labirinto), insieme ad altri nove attivisti sacrificò la giovane vita alla causa in cui credeva, nell’indifferenza della grigia Inghilterra thatcheriana. I fatti sono presto detti: la ‘lady di ferro’ aveva innescato una dura repressione nei confronti dei seguaci della resistenza irlandese che, una volta arrestati, non potevano usufruire dello status di ‘prigioniero politico’ e venivano quindi trattati come criminali comuni. Ecco che gli attivisti dell’IRA detenuti, appunto, nel famigerato carcere, avevano messo in opera varie forme di opposizione, senza peraltro ottenere ascolto, fino ad arrivare alla manifestazione di protesta ‘per eccellenza’ – lo sciopero della fame – che avrebbe distrutto la loro vita.

Una volta tratteggiata in modo succinto la trama, si potrebbe pensare di trovarsi di fronte al ‘solito’ lungometraggio a scopo politico. In realtà, in questi giorni circola nelle sale italiane un vero – peraltro molto valido – film politico, cioè Diaz di Daniele Vicari. Ma lo strazio che si prova di fronte alle immagini della violenza nella prigione The Maze non è, in verità, paragonabile. Del resto, chiunque abbia già visto Shame può immaginare – a ragione! – che un film di Steve McQueen non sarà mai semplicemente una storia con una tesi da dimostrare: il ruolo che egli ha ritagliato per il ‘suo’ attore è, di nuovo, complesso e ricco di implicazioni e Fassbender non lo delude di certo, poiché costruisce una figura inquietante, scavata da un tormento interiore che si trasmette allo spettatore sotto forma di un’angoscia che attanaglia l’anima. Come in altro modo avevamo già visto in Shame, anche qui il protagonista utilizza il corpo e la sua intera fisicità per esplicitare al mondo il proprio malessere e ne fa la bandiera della propria ribellione. Attraverso lo sciopero della fame l’attivista Sands rivendica il possesso del sé che, fra le sue mani diviene uno strumento di lotta. E’ il raggiungimento e, poi, la gestione della libertà assoluta, libertà di vivere come di morire, sperimentando la sofferenza ed i suoi effetti fino a trarne, paradossalmente, vigore. Il regista esplora, quasi ‘cova’ con lo sguardo della macchina da presa tutti i graduali cambiamenti fisici del suo personaggio, che segue in tutte le fasi della ‘consunzione’. Al di là del contenuto della protesta, sullo schermo abbiamo l’alternanza di corpo pieno e corpo vuoto, corpo coperto e corpo nudo – dove nuda come la sua forma esteriore è l’anima dell’uomo – vita e poi morte. Le immagini di quel corpo dicono a noi tutto quello che c’è da sapere, e le parole trovano uno spazio – ed un senso – solo dopo la prima metà del film, quando la vicenda è ormai avviata verso la sola direzione possibile: nel parlatorio del carcere ha infatti luogo l’unico dialogo significativo, quello fra Bobby Sands e padre Dominic Moran: sono parole di delusione, ma anche una confessione forte ed eloquente come una dichiarazione di intenti. Benché  palesemente simpatizzi per la stessa causa,  il religioso non può, nel complesso, condividere il metodo di lotta:  Sands è disposto al sacrificio più grande in nome di un ideale e l’autodistruzione è la sua arma. Egli, a questo punto, sta già percorrendo consapevolmente la strada che ha scelto. Non vi è considerazione etica o affettiva che tenga. Lo sanno i genitori che vanno a visitarlo, i cui volti esprimono l’accettazione di un destino forse non compreso sino in fondo, ma mostrano sofferenza per le medesime ferite. L’ultima parte del film è infatti la nuda cronaca del crollo e della fine. Le parole vengono meno ed è di nuovo il solo corpo a parlare, sullo sfondo di lineari dettagli visivi e suoni. Le immagini pure e luminose, di una semplicità quasi geometrica,  alludono ad un’ascesi della materia e dello spirito. Alla figura del protagonista si sovrappone quella di Cristo e l’interpretazione di Fassbender – non mi stancherò di ripeterlo! – è di livello altissimo.

Le buone prestazioni degli altri attori e la regia insuperabile fanno di questa pellicola un’esperienza unica, resa disponibile al pubblico italiano con disdicevole ritardo. Ci conforti apprendere che il pregevole lavoro svolto da Steve McQueen con la sua ‘musa’ Fassbender prosegue anche nel prossimo film del regista inglese, del quale si conosce il titolo: Twelve years a slave.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.