Paradise Lost: Tragic Idol

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Di certo, anche i Paradise Lost sono cambiati rispetto ai loro esordi, lontani ormai oltre 20 anni. Ma ormai ci hanno fatto l’abitudine ad aggirare i generi e la critica. Con questo Tragic Idol, uscito a fine aprile, comunque sembrano essere tornati alle sonorità degli inizi, con buona pace degli amanti del metallo che qui ritroveranno la travolgente energia cui sono abituati. Inoltre la chitarra è di nuovo costantemente in primo piano, con Greg MacKintosh in forma smagliante e le tastiere praticamente scomparse, proprio come volevano i vecchi fan. Un ritorno al passato che in qualche punto supera lo stesso passato: i suoni di questo album sembrano infatti molto più vicini all’heavy metal classico di quanto non fosse mai stato prima. La voce di Holmes è di nuovo sofferta e ‘graffiata’ come già si era visto nell’ultimo Faith Divides Us – Death Unites Us del 2009 e come eravamo già abituati a sentire nel mitico Draconian Times. La prima traccia, “Solitary One”, sembra quasi fare da ponte fra il passato ‘elettronico’ e la vena attuale: infatti si percepisce timidamente la tastiera e, insieme alla voce di Holmes, fa la sua comparsa un coretto quasi melodico. Ma con “Crucify” la chitarra prende il sopravvento e la voce diventa ruvida, stimolando l’adrenalina. “Fear of impending hell” prosegue per la direzione intrapresa, forse un filo più ‘orecchiabile’ mentre in  “Honesty In Death” il ritmo che non lascia requie, la veemenza del canto e la chitarra in libero assolo ci fanno ben comprendere dove si va a parare. “Theories from another world” unisce tutte queste caratteristiche ai toni cupi tipici dei nostri. “In this we dwell” esordisce efficacemente con la chitarra alla ricerca di un pathos drammatico che Holmes porta bene a compimento, mentre “To The Darkness” è movimentata ed epica. La title track ci concede un po’ di respiro con un’incursione nel melodico di buona qualità, come del resto anche l’ultima traccia, “The Glorious End”, che però, per il mio gusto, fa un po’ troppo ‘ballatona metal’, a scapito dell’eleganza. In conclusione: non lasciatevi incantare dalla cover tutta art nouveau, perché ‘rumore’ ce n’è a sufficienza.

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