Pierre Mac Orlan: Il porto delle nebbie

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Personaggio bizzarro ed estroso della cultura francese del primo ‘900, Pierre Mac Orlan, per l’anagrafe Pierre Dumarchais, si cimentò in varie forme artistiche. Fu considerato uno spirito libero, amante della vita bohémien e sostenitore di idee anarcoidi; tuttavia, come molti altri suoi contemporanei, ebbe una posizione ambigua nei confronti dei regimi fascisti fiorenti in quegli anni e con essi intrattenne rapporti a volte compromettenti: dal nostro punto di vista un comportamento contraddittorio che, nel suo propugnare in sostanza il valore di una libertà esasperata,  risulta difficile da comprendere appieno. Le Quai des brumes, in italiano Il porto delle nebbie, da non confondere con l’omonimo romanzo di Simenon del 1932, uscì nel 1927 ma divenne famoso soprattutto per il film che, nel 1938, ne trasse Marcel Carné e che vedeva tra gli interpreti Jean Gabin e Michèle Morgan nei due ruoli principali.

Di recente Adelphi ha proposto una raffinata edizione dell’opera nella traduzione di  Cristina Földes, con un saggio di Guido Ceronetti e una postfazione di Francis Lacassin. La vicenda è totalmente semplice ma molto in linea con le caratteristiche del suo autore: nella bettola curiosamente chiamata ‘Lapin Agile’ – un locale simile a quelli che forse Mac Orlan frequentava davvero – si incontrano in modo del tutto fortuito cinque personaggi che intersecano per una breve, fugace sera, le loro incerte esistenze. C’è un giovane pittore tedesco amante degli alcolici, un soldato in procinto di disertare, un macellaio di discutibili principi, un disoccupato insoddisfatto ed idealista e una donna di facili costumi che si arrabatta per vivere. Dai dialoghi che hanno luogo nel corso della serata, si può comprendere che si tratta di persone problematiche se non, addirittura, disturbate: malate di solitudine, oppresse dalla situazione sociale e, soprattutto, talmente incapaci di adeguarsi ad essa da avere scelto per sé, ognuno a suo modo, una posizione defilata e il più possibile ai ‘margini’, spesso al limite della legalità. Fuori imperversano le intemperie del più oscuro inverno, la neve rende il solito mondo più silenzioso ed ovattato e l’oste offre loro un tetto, del calore e qualcosa da mettere nello stomaco: le tensioni si allentano, le parole fluiscono liberamente dando voce a cupi pensieri. A far da contrappeso a questa immagine quasi ‘casalinga’, una banda di malviventi, armi alla mano, dà assalto alla locanda. Non sarà l’episodio in sé ad incidere radicalmente nelle loro vite; accade però che dopo una lunga, angosciosa notte tutto realmente cambierà. Per prima cosa, uno di loro, con il destino segnato fin dal primo momento, infine vi soccomberà. Qualcuno, invece, manifesterà apertamente la propria natura non certo bonaria. Un altro andrà incontro alla sorte che si è scelto mentre il disoccupato, apparentemente il più anticonformista, avrà voglia – per una volta – di ‘conformarsi’. Soltanto uno, di questi eroi ‘negativi’, sopravvivrà sul serio e sarà quello che, fin dall’inizio, si è mostrato meno rigido e più capace di sfruttare le situazioni a proprio vantaggio: non a caso è l’unica donna. Forse per questo Céline aveva affermato – come Ceronetti ci ricorda! – che “Mac Orlan aveva già visto tutto, capito tutto, inventato tutto”.

In pratica, lo scrittore francese sceglie di dar voce a individui socialmente ‘irrilevanti’, di certo in secondo piano rispetto alla rutilante apparenza della ‘Belle Epoque’ che tutti conoscevano. Nel suo mondo, la tinta predominante è il grigio, lo sporco colore della tristezza, lo sfondo adeguato di ‘grigie’ vite. L’obiettivo che l’autore si pose non furono tuttavia né la denuncia né la critica: egli trovò in questi soggetti la sua ispirazione letteraria, intravedendo la possibilità di approfondire insieme a loro gli aspetti più negativi dell’animo umano ed esprimendo il malessere esistenziale da cui era lui stesso tormentato. I suoi personaggi rappresentano così una versione meno nobile e più estrema del pur sempre francese ‘spleen’, oltre la quale c’è solo il nulla.

E’ stato molto discusso su quanto di questo spirito si ritrovi nella pellicola di Carnè: nel film la vicenda si sposta da Montmartre a Le Havre come vollero il regista ed il suo sceneggiatore, Jaques Prévert – cosicché il ‘crocevia’ (quai) diviene un vero e proprio porto. I personaggi vengono ampiamente rimaneggiati in un senso più congeniale all’oscuro pessimismo di Carnè i cui eroi non possono sottrarsi al fato che li attende. Il film, inoltre, fa di due dei protagonisti una coppia di amanti, inserendo un risvolto ‘erotico’ che a suo tempo lo rese, se possibile, ancora più ‘scandaloso’ del libro. Entrambe le opere, quella cinematografica e quella letteraria, sono comunque capolavori del loro genere che vale certo la pena ritrovare.

Pierre Mac Orlan “Il porto delle nebbie”, Adelphi 2012, pag.143, 16 euro

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