The Stranglers: Giants

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Con una copertina dalla lugubre ironia in linea col loro solito spirito, gli Stranglers esordiscono nel nuovo decennio. Quello scorso si era aperto con l’arrivo del chitarrista Baz Warne al posto di John Ellis (che, col cantante Paul Roberts, aveva sostituito Hugh Cornwell nel ’90; Roberts ha poi abbandonato il gruppo nel 2006, facendolo tornare un quartetto); e l’arrivo aveva portato una nuova ventata creativa, concretizzatasi in quel Norfolk Coast che faceva del ritorno al suono passato un mezzo di cancellare le incertezze e l’anonimato stilistico dei loro anni ’90, sostenuto anche dalla ottima vena compositiva.
Qui si procede sulle stesse dritte (che erano anche quelle dello scorso Suite Sixteen, secondo e ultimo album di studio del decennio scorso): suono e stile classici (mix tra gli esordi e la maggiore raffinatezza della seconda fase), senza obbrobbri né di suono (assenti tentazioni commerciali e/o modaiole) né compositivi, con poche aperture a strade inesplorate (l’inizio-Pink Floyd di “Freedom Is Insane”), il tutto reso con un buon piglio vivace.
C’è anche qualche richiamo alla fase recente (la notturna “My Fickle Resolve” ricorda la bella “Dutch Moon di Norfolk Coast), mentre il pezzo che spicca di più, “Adios (Tango)”, quasi rovinato da una chitarra distorta un po’ invadente, ha un precedente nella “Let’s 
Tango in Paris” di Feline (1983).
Perché a questo punto conta l’ispirazione della scrittura, la quale, pur non regalando momenti indimenticabili, mantiene su una certa freschezza: vedi il singolo “Time Was Once On My Side”, i controtempi di “Lowlands”, la passeggiata strumentale dell’iniziale “Another Camden Afternoon” o il pulsare tra elettronica e hard mid-tempo di “Mercury Rising” per finire con le minacce sornione della conclusiva “15 Steps”.
Un onesto disco di vecchiaia animato dallo spirito beffardo delle loro origini – e dei loro momenti migliori.

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