“Cosmopolis” di David Cronenberg: in principio era il Verbo

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Comincio a scrivere di Cosmopolis senza sapere se mi è piaciuto e se, alla fine, sarò in grado di consigliarne la visione a chi non l’ha ancora affrontata: tale è il disorientamento che questo film mi ha provocato, un disorientamento prossimo all’’ammutolimento’. Leggo in giro e vedo che la discussione non manca: segno che Cronenberg, uno dei nostri registi-culto, uno scopo almeno l’ha ottenuto, cioè quello di sconvolgerci. Personalmente sono anche penalizzata dal fatto di non aver letto il romanzo di Don De Lillo da cui è tratto: una mancanza grave, dal momento che sembra che l’opera sia stata rispettata con puntigliosa fedeltà, addirittura ‘alla lettera’, e che la sensibilità del nostro si sia rispecchiata in pieno nello spirito del libro e nelle modalità espressive del grande scrittore americano.

Come ormai tutti sanno, la trama è di nitida semplicità e, soprattutto, lontana da qualunque elemento sia solito rendere spettacolare la ‘settima arte’. La vicenda di Eric Packer, infatti, si svolge quasi esclusivamente nella sua auto, una bella nonché vistosa limousine, all’interno della quale egli sembra di norma passare un bel po’ di tempo: comprensibile per un giovane ‘genio’ dell’alta finanza i cui ‘spostamenti’ possono avere ripercussioni anche sull’economia mondiale. Stavolta però la mèta di Packer non riguarda la Borsa o le banche del pianeta: ciò che preme è farsi sistemare il taglio dal barbiere di fiducia, poco importa se, per farlo, dovrà attraversare una città dal traffico bloccato per le manifestazioni legate alla visita del Presidente degli Stati Uniti e mettere a dura prova la pazienza del capo del servizio di sicurezza. L’idea assurda alla base della storia non è che una diretta metafora dell’assurdo del reale, di questo nostro mondo che tuttavia ci appare così ovvio. Packer è dentro la limousine ma fuori succede molto altro, di cui nell’auto si percepisce solo una specie di eco, in quanto lì domina un’evidenza diversa: è il regno dell’astrazione senza ‘sangue’ e senza anima, dove non vi sono che ombre vaghe di ciò che è più tipicamente umano. Nella macchina succede comunque qualcosa: al di là del fine ultimo del viaggio del protagonista, appaiono figure, visi, monitor in un bizzarro viavai quasi senza senso; lo spettatore in ogni caso comprende che questo assurdo teatrino determina movimenti ed influssi nelle remote sfere del potere. L’algido Packer – quanto diverso appare qui Robert Pattinson, gelido e sprezzante manipolatore della finanza, da quando vestiva i panni di Edward Cullen, l’insulso vampiro di Twilight! – ha continuamente bisogno di mangiare e si concede a questo scopo alcune brevi pause; nel corso della sua permanenza in auto incontra persone, esegue controlli medici e, soprattutto, disserta. Qui si arriva al punto: chiunque abbia visto il film ha messo in rilievo l’importanza del parlato, perfino delle singole parole. I più critici hanno parlato di ‘verbosità’, probabilmente è il termine giusto. In realtà il profluvio di discorsi che si riversa sul pubblico nei 108 minuti scarsi del film è tale da provocare quasi una sensazione di malessere. Riuscire a seguire le elucubrazioni del protagonista, i dialoghi con gli altri personaggi che si avvicendano nell’auto oppure con la sua guardia del corpo richiede una tale tesa concentrazione da sfinire letteralmente lo spettatore che, alla fine, si ritrova del tutto frastornato, alla ricerca di questo o quell’altro significato recondito. Dipende forse dal livello culturale ed intellettivo dello spettatore, direte voi. Può darsi che l’innegabile genialità della struttura di questa storia e l’evidente complessità del suo messaggio semplicemente non siano alla portata di chiunque. Allora è lecito chiedersi se non sarebbe stato preferibile lasciare riservata al veicolo letterario – di per sé più ‘elitario’- la diffusione di un nucleo di idee di tale impegno: il veicolo che, del resto, aveva scelto a suo tempo l’originario autore dell’opera, Don De Lillo. A me piace pensare al cinema come ad un’arte di comunicazione più diretta ed immediata: per il suo includere simultaneamente diversi agenti sensoriali essa ha a disposizione più canali per arrivare all’anima di chi ne fruisce e non bisognerebbe – ma qui siamo nell’ambito dell’opinione personale! – sedersi in una sala con lo stessa opprimente tensione di uno studente in seduta di laurea.

Freddezza e un’evidente ‘disumanizzazione’ sono le caratteristiche di questo mondo chiuso in una limousine. Robert Pattinson, perfetto nel rendere questa vita/non-vita in modo pressoché agghiacciante, sa anche esplicitare il tentativo di uscirne, dapprima con deboli segnali legati alla riappropriazione del corpo – stiamo parlando di Cronenberg, non dimentichiamolo! – e, in seguito, con una serie di gesti eclatanti, che culmina in una stupefacente uccisione. E’ forse il recupero di un qualche ‘valore’ l’obiettivo della spasmodica ricerca, in un quartiere cittadino sporco e degradato, di un vecchio barbiere conosciuto in gioventù,? O semplicemente è la natura umana che, in fondo, è destinata a prevalere sulla ‘cyberfinanza’, come sembra risultare dal ‘pesante’, anzi decisamente ostico dialogo finale? Lo ammetto, solo pensarci mi sfinisce. Ecco perché, in effetti, devo riconoscere che Cosmopolis mi è piaciuto fino ad un certo punto. Ma di certo, è consigliabile andare a vederlo. Basta farlo con lo stato d’animo giusto.

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