A Place To Bury Strangers: Worship

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Avete presente un disco straordinario? Ecco Worship di A Place to Bury Strangers. La band di Brooklyn, costituita da Olivier Ackermann (chitarra e voce), Jay Space (batteria) e dal neozelandese Dion Lunadon (basso), rilascia il terzo lavoro in studio, anche integralmente prodotto, che se non è un capolavoro ci si avvicina davvero molto. Lo stile degli APTBS era riconoscibile già dal primo album, A Place To Bury Strangers del 2007: molto vicini allo shoegaze di Jesus & Mary Chain ma forse con un filo di ‘rumore’ in più, sintomo di un’attitudine forse non più morbosa, ma sicuramente più cupa e ‘nervosa’. Il gruppo ha continuato a rinnovare e rinvigorire la tradizione più nobile del post-punk con tocchi personali e il risultato della sua ricerca culmina proprio in questo ultimo disco che si dimostra maturo e completo e fa ben apprezzare i progressi realizzati. L’inizio è già dei migliori: “Alone” è un brano teso e violento, dove la chitarra di Ackermann domina la situazione e la voce ci fa capire che i Sisters of Mercy fanno ancora scuola. “You Are The One” incalza ansimante ed urlata: un pezzo di bravura coldwave della migliore tradizione.Mind Control” ricorda ancora i Sisters of Mercy alla grande ma in qualche modo attualizzati ed alleggeriti. La title track è uno sfoggio di potenza in chiave goth ma dopo arriva “Fear”, uno dei miei brani preferiti, in cui la furia è inglobata in una gabbia minimale e schizza fuori in distorsioni improvvise della chitarra, mentre la voce sussurra minacciosa fra nuvole di tempesta. La bonaccia scende di colpo con l’estatica e depressa “Dissolved”, ma è una calma che dura poco: una brevissima pausa e il pezzo prende un curioso andamento pop ritmato che induce a credere si tratti di un’altra traccia e l’effetto è quasi straniante. Con  “Why I Can’t Cry Anymore” e “Revenge”  ritornano la rabbia ed il rumore di chitarre distorte ed acide mentre “And I’m Up” propone un bizzarro, quasi folle motivetto ‘vintage’, come a volte si ritrovano in vecchi film horror nelle scene-chiave. “Slide” esordisce con note di chitarra dal sapore ‘orientaleggiante’ ma, in pochi secondi, l’atmosfera diventa quella tragica dei più tragici Joy Division. Chiude “Leaving Tomorrow”, intensa e ritmata ma, se consideriamo tutto il resto, quasi convenzionale. Giudizio complessivo: bravi!!!! E speriamo che, dopo le date della scorsa primavera, tornino presto da noi.

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