Candya: Altalena di cera

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Eleganti e raffinati, Francesco, Nino Candia e Davide Fusco percorrono sentieri sonori solcanti distese erbose sulle quali si distende un manto di rugiada; la luce del sole nascente si frange in mille riflessi argentati, come i dieci episodi che compongono Altalena di cera, bel disco che piacerà agli assidui frequentatori di casa-Projekt, con una sottile ma perfettamente distinguibile vena mediterranea a donare loro un carattere fermo che li rende ancor più apprezzabili. L’intervento di diversi cantanti (Paolo D’Addio, Sergio Panarella, Corrado Videtta, in “Sonia” alla voce v’è Davide Fusco) infonde alle composizioni un mood peculiare che asseconda l’inclinazione espressiva di ognuno degli interpreti, donando ulteriore varietà all’insieme. Le chitarre che guidano “Trees” e che si levano al cielo in un crescendo liberatorio reclamano un ruolo di protagoniste, pur nel rispetto dei ruoli che ad ogni istrumento compete, la splendida coppia d’apertura composta da una “Human and divine” dal chiaro respiro internazionale e dalle pulsazioni dreampoppeggianti di “Children”, il recitato di “Spostamento” che non può non coinvolgere emotivamente l’uditore, e sopra tutto la spontanea attitudine al confronto ed all’apprendimento dei suoi fautori rendono Altalene di cera opera che potrà incontrare i favori di un pubblico ampio dallo spirito comunque indipendente ed in possesso di un gusto spiccato per la bella canzone. “Around me” pronta per i palinsesti delle radio più accorte o l’autoindulgenza di una “3 of us” che si specchia nella sua fattura lineare (gli strumentali presenti in Altalena di cera sono protagonisti al pari dei cantati, giuocando un ruolo fondamentale nella definizione del suono-Candya) non s’oppongono, bensì compenetrano fra loro, fondendosi in un tutt’uno che va a chiudersi mirabilmente col tributo del trio all’anima tormentata di River Phoenix (“Stay gold”), prendendo congedo dall’ascoltatore il quale tosto cederà alla tentazione di tornare sui suoi passi e farsi, nuovamente, soprendere dalla austera beltade di questo disco e della fine Arte che rappresenta.

TagsCandya
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