Emilie Autumn: Fight Like A Girl

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Di Emilie Autumn si era già parlato qui soltanto a proposito di A Bit O’ This & That (http://www.versacrum.com/vs/2007/09/emilie-autumn-a-bit-o-this-that.html) che, tuttavia, non è certo da ricordare come uno dei suoi lavori più significativi, trattandosi semplicemente della raccolta di alcuni suoi inediti, certi veramente irrilevanti. Fight Like A Girl invece è un album vero e proprio e si riallaccia direttamente al precedente full length Opheliac. Per comprenderne l’essenza, comunque, è necessario spendere due parole sulla genesi dell’opera che, in effetti, è da intendersi strettamente collegata al libro autobiografico The Asylum for Wayward Victorian Girls, scritto dall’artista per illustrare una sua esperienza di vita vissuta, cioè la permanenza in casa di cura per venire a capo della psicosi maniaco-depressiva di cui soffre da tempo. Lei stessa ha per altro spiegato che questo disco è stato concepito come colonna sonora di un ‘musical’ destinato al teatro e, in effetti, della colonna sonora ha tutte le caratteristiche: per esempio i testi, che si riferiscono ad aspetti della vicenda e, talvolta, anche la stessa musica che, in certi brani, resta un po’ sospesa ed interlocutoria, ad esempio in “Gaslight”, “Girls, Girls, Girls” o “One Foot in Front of the Other”. In buona sostanza nell’album si narra la storia dell’’Asylum for Wayward Victorian Girls’, nel quale vengono rinchiuse e trattate come malate pericolose giovani donne sane. Una vicenda tutt’altro che allegra, tuttavia non mancano le sorprese: per esempio, la prima traccia, “Fight Like a Girl”, ben lungi dal proporre scenari dark o gotici, è invece un pezzo ‘pop’ leggero e orecchiabile, quasi da ballare. Non conviene però rilassarsi, perché in “Time For Tea” il mood si fa parecchio più nervoso, le note elettroniche più tirate e toni vocali graffianti. “Take A Pill” è uno degli episodi migliori: arrangiamento electrodark, canto veemente – la voce di Emilie dimostra in vari momenti un’ampiezza notevole! – e un’atmosfera cupa ed opprimente. Ancora da segnalare “We Want Them Young”, definita dalle percussioni ossessive ed un canto quasi marziale, vicino allo stile tipico della grande Nina Hagen alla quale, curiosamente, Emilie sembra quasi essersi ispirata anche per il look e “If I burn” che, benché suoni più melodica con il suggestivo accompagnamento al cembalo, si accosta maggiormente al cosiddetto ‘dark cabaret’. L’uso frequente di strumenti ‘antichi’ contribuisce comunque a fare del sound dell’artista un’esperienza piuttosto inusuale, che sinceramente consiglio di tentare.

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