Fear Factory: The Industrialist

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The Industrialist è l’ottavo lavoro in studio dei Fear Factory, band californiana di industrial metal o, per essere più precisi,  ‘cyber metal’, di grande tradizione per i seguaci del genere. Attivi dal 1989, hanno avuto rilevante influenza nella scena metal fin dal loro primo disco del 1992, Soul of a New Machine. Oggi che sono considerati uno dei punti di riferimento del genere, dopo qualche cambio – e ritorno! – di formazione escono con questo nuovo concept-album che ha come tema il rapporto fra l’uomo e la macchina: questo spiega la violenza del suono, in molti passi alternata a melodie più accessibili, il tutto con un taglio veramente ‘metallico. La title track ha un curioso inizio dal ritmo ‘militaresco’, ma subito dopo l’attacco della robotica nonchè stentorea voce di Burton C. Bell, si scatena la vera apocalisse di disarmoniche tempeste: una batteria pazzesca mette la punteggiatura al mondo delle macchine come lo vedono i Fear Factory. “Recharger”, il secondo brano, è uno degli episodi più validi: velocità a rotta di collo, Cazares in gran forma e sonorità davvero abrasive; lo stesso può dirsi per “New Messiah”, nel cui caso parlare di ‘muro del suono’ rende appena l’idea della potenza che si riversa sull’ascoltatore. Segue “God Eater” dove il mood, nonostante il canto a gola spiegata di Bell nel refrain, è decisamente più oscuro, forse per l’arrangiamento elettronico. Con “Depraved Mind Murder” il ‘muro del suono’ di cui sopra rischia nuovamente di travolgerci per confluire poi in un refrain curiosamente ‘aggraziato’. Inizio superindustriale per “Virus Of Faith” che evolve prima in un innalzarsi di metallica chitarra e ritmo indiavolato e poi nel solito refrain morbido cantato da Bell. Per il resto si resta più o meno nelle sonorità che siamo abituati a sentire da sempre. Da menzionare ancora “Religion Is Flawed Because Man Is Flawed”, episodio quasi acustico ma suggestivo, che dura però solo un minuto e mezzo ed introduce il pezzo squisitamente ambient del disco, “Human Augmentation”: questo, in compenso, dura ben nove minuti e sa creare un’atmosfera suggestiva e visionaria. Che questa sia forse un’indicazione per il futuro della band?

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