Katatonia: Dead end Kings

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Pretenzioso. Trovo che per un Artista sia da intendersi in una accezione assolutamente positiva, questo verbo altrimenti traccia di autoindulgenza o, peggio, alterigia. Perché pretenziosi sono i Katatonia di Dead end kings, lo si evince fin dall’opener “The parting” che questo disco sposta ancora oltre gli obiettivi di un ispiratissimo Jonas Renkse e dei suoi colleghi. Un suono che esalta le virtù del collettivo svedese, fortificato nel suo insieme dall’innesto del valido chitarrista Per Eriksson e dal protagonismo delle tastiere di Frank Default. Dead end kings è dark, è metal, è progressivo, risente della lettura approfondita dei codici nel nu-prog redatti dal nuovo santone del genere Steven Wilson ma, a differenza della dilatazione fino al confine estremo della resistenza operata dai connazionali Opeth, i Katatonia preferiscono la concisione, assorbendo influenze diverse ed a volte apparentemente inconciliabili e condensandole nello spazio di cinque minuti, non andando mai oltre i sei. Dei novelli Rush, con una minore propensione alla melodia (pur presente in buone dosi, si ascolti “The one you are looking for is not here” con alla voce l’ospite d’onore Silje Wergeland di The Gathering/Octavia Sperati), magari riprendendo Porcupine Tree/Tool/A Perfect Circe perché male non fa, altre volte approfondendo tematiche espositive crudemente metalliche (“Lethean”/”Buildings”). La meditativa “Leech” risuona di echi trip-hop, sostenuta da un percussionismo dinamico che la rende originale comunque, “Undo you” è inquietante nella prima porzione, foriera di drammi incombenti, consumati i quali resta una voce a narrarne il mesto epilogo sottolineato da una dolente sei corde, “First prayer” sembra addirittura normale in una track-list così composita e ricca, consegnandoci al gran finale di “Dead letters”, uno dei brani più intrinsecamente belli composti dai Katatonia, apparentemente semplice, nella realtà così coinvolgente.  E, sempre, costringendo l’ascoltatore all’impegno totale e totalizzante, a compenetrare l’opera svelandone le viscere pulsanti, e non limitandosi alla semplice, passiva fruizione (“Ambitions” solca lo spazio interstellare rendendoci un suono avvolgente). Esposizione appunto di una visione prettamente, concretamente prog, Dead end Kings è disco che non teme d’affrontare le vette, sfidando le schiere d’epigoni che saranno costrette ad un ulteriore sforzo, probabilmente inane, coll’unico risultato, se conseguito, di rimanere nella scia dei Maestri. Saranno anche autoreferenziali, ma a questi Katatonia non si può proprio rinunziare.

Per informazioni: www.audioglobe.it
Web: http://www.peaceville.com
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