Orchid: Heretic EP

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In tempi di restaurazione come questi, il doom si scopre ben più che genere di nicchia (e chi l’avrebbe mai detto?), costringendo il cultore ad un’opera di selezione assolutamente impensabile solo qualche mese or sono. Col rischio concreto, poi, di perdersi qualche bella chicca, distratti da troppa, inaspettata e repente opulenza. Per chi aveva fatto suo il bel “Capricorn” (A.D. 2011, etichetta The Church Within Records), e prima ancora l’eppì “Through the devil’s doorway”, Heretic rappresenta la conferma del valore dei quattro di San Francisco (anche la Bay Area predilige a volte i tempi rallentati!), traendo dal fertile humus psichedelico di quella abbondante porzione di California nutrimento adeguato, irrobustendo delle radici che trovano sbocco in una chioma fluente sorretta da un solido fusto. “Falling away” e “Saviours of the blind” procedono sì lente, ma mai opprimenti, tradendo uno spettro d’influenze ben più ampio dei soliti Black Sabbath era-“Volume IV”. Con un officiante come Theo Mindell e dei competenti artigiani quali Mark Thomas Baker (chitarre duttilissime), Keith Nickel (che da Geezer Butler ha certo appreso che il ritmo è tutto) ed un martello come Carter Kennedy i depositari del sacro fuoco della musica del destino possono dormir tranquilli (“He who walks alone” tritura in sette minuto scarsi un decennio – i settanta – di hard fumigante), nelle celle buie del loro monastero: la continuità, e sopra tutto la qualità del doom sono assicurate, Heretic ne è un più che perentorio attestato.

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