Dali’s Car: InGladAlonesses

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Si commetterebbe un clamoroso errore a giudicare InGladAlonesses frutto del semplice incontro di due artisti dai percorsi ben delineati, che già misero in comune le reciproche esperienze in passato sotto la sigla Dali’s Car, tratta nuovamente dalla polve, un marchio che molti hanno ubbliato e che altri, forse perché troppo giuovini o perché indolenti, nemmeno hanno mai conosciuto. Mick Karn ha compiuto il suo percorso d’Artista e di Uomo il 4 gennaio del 2011, due giorni prima che chi scrive sommasse quarantacinque anni. Ricordo quei giorni, e le notizie che si susseguivano sul web, nell’attesa di un evento che era ormai segnato, quel lontano senso di perdita d’un musicista che avevo conosciuto, solo come tale, mai di persona pur troppo, sul declinare dei settanta. I Japan, chi altri?, e quelle fotografie tratte da riviste quali Ciao 2001, o Rockstar, allora mie fonti d’informazione, prima che anche nella provincia ove risiedevo (i confini mai delineati d’un ideale Impero…) giungessero altre che poi formarono la mia base informativa negli anni a venire. Il suono del basso che il cipriota rese suo, quel suo saettare tra trame intessute con una eleganza non solo formale, per un’esperienza conclusasi troppo in fretta, ancora una volta sacrificata sull’altare dell’ego, eppoi l’avvio di una carriera onorevolissima, fra collaborazioni illustri e sfoghi solisti sempre di ottimo livello, mai fuori posto o privi di un loro senso. Ma questo dischetto, nella sua breve durata, non vuole e non deve essere considerato il canto definitivo di Mick Karn, quello che ne annunzia la dipartita da questo Mondo tormentato, bensì certifica una vena ricca, dalla quale vengono tratte risorse ispirative che solo l’accadimento finale ha pur troppo definitivamente esaurito. E che, sopra tutto, ci concede ancora una volta il piacere d’una prova esemplare, quella di un Peter Murphy che pare osservare colle palpebre socchiuse, per ripararsi dai raggi del sole, il lento scivolare dei petali di rosa sull’acqua cristallina, appena increspata dalla brezza serotina, d’uno stagno creato ad arte da periti giardinieri ad ornamento dei palazzi dell’Imperatore, nel cuore della sonnacchiosa Costantinopoli affaticata nell’arsura estiva, culla d’un mondo prossimo ad auto-implodere. Il clarinetto di Karn spande note delicate come quei brandelli di aulente tessuto, facendoci questi due vecchi sodali ardentemente desiderare ulteriori testimonianze della loro preziosa comunione artistica; ma il Fato, questa volta assai poco benevolo, ha spezzato definitivamente il filo di questa intesa, rendendo vana ogni nostra aspettativa. E la profondità dello stanco crooner piegato dagli anni colla quale Murphy interpreta “If you go away” di Jacques Brel, è degno suggello di InGladAlonesses: appoggiato ad un muro che da sul porto, Egli canta d’una esistenza vissuta d’un fiato, rimembrando quell’aiuola, quella polla d’acqua perfettamente incastrata nel verde lussureggiante… “King cloud” e “Soundcloud” si richiamano nel titolo e nella struttura perfetta, “Artemis rise” è arte sonora che si libera di pastoie e di limiti, perla tratta da quel “Waking hour” che nel 1984 poteva dare inizio ad un nuovo ciclo, e resa ancor più lucente nella sua algida fierezza. Il basso di Karn e la voce di Murphy, ancora allacciati insieme a ricreare quella lontana aura di magia, e solo potendo immaginare la sofferenza che minava il fisico del cipriota questi brani risuonano ancora più forti, più chiari, come un richiamo alla vita che sta spegnendosi. “Subhanallah” incrocia la tradizione Turca in un lamento che serra il cuore, di “If you go away” ho già scritto poco sopra, aggiungo solo che era una delle canzoni favorite di Mick, che per essa ha creato una introduzione crepuscolare che a parole, davvero, non riesco a descrivere. Nemmeno tre minuti, che serrano lo stomaco, che bloccano il respiro. Costringendoci all’immobilità, col corpo tutto teso ad assorbirne ogni singola nota. Dopo averla ascoltata il senso della vostra giornata muterà. M’è accaduto la prima volta una domenica mattina, e allorquando il sole ha squarciato il velo di nubi che imbronciavano il cielo d’un settembre bizzoso, sono uscito all’aria aperta, allargando le braccia e respirando forte, come per trarre forza dall’aria ripulita dalla pioggia. Partecipano ad InGladAlonesses, prestando il loro fertile ingegno, tanti vecchi sodali tra i quali Steve Jansen (le prime duecentocinquanta copie del disco, tosto esaurite, recavano la sua firma autografa), Jakko Jakszyk, e Theo Travis. Brucia in fretta, InGladAlonesses, ma lascia dietro di sé ben più che un esile filo di fumo od un pugno di cenere che il vento disperderà. La fredda e dura pietra d’una urna istoriata proteggerà queste spoglie, muta custode di questa esperienza irripetibile.

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