“Killer Joe” di William Friedkin: le famiglie tranquille

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Presentato al Festival di Venezia della scorso anno, dove aveva ricevuto un’accoglienza molto positiva, esce soltanto in questi giorni nelle sale italiane Killer Joe di William Friedkin, con un ritardo ingiustificabile nella distribuzione e curiosamente in sordina, nonostante abbia tutti i numeri per  suscitare molto interesse al botteghino già solo per il cast. Per i pochi che non lo sapessero, il regista ha acquistato notorietà soprattutto per aver girato L’esorcista nel 1973, ma è considerato generalmente un profondo innovatore del genere horror e anche del poliziesco. Killer Joe è tratto da un testo teatrale di Tracy Letts, che è riuscita a riscriverlo per il cinema in modo perfetto; il lavoro geniale di un veterano del grande cinema ha fatto il resto ed è presto detto: la pellicola è un piccolo gioiello, destinato a diventare un ‘cult’ malgrado la miopia dei distributori di casa nostra.

Qualcuno ha detto che il film è, da parte dell’anziano regista, un puro esercizio di stile: lo attesterebbe la perfezione della tecnica, l’abilità nel gestire la storia con l’ambiguità creata ad arte fra l’atmosfera ‘noir’ e l’inevitabile ironia di certe scene ‘pulp’. Ma l’opera non risulta affatto fredda ed i personaggi che la animano sono ‘fisici’ e ‘sanguigni’ come nella migliore tradizione del nostro e, nella loro assoluta e totale negatività, comunque credibili. Così, dopo una carriera significativa ed esemplare, nella sua età più matura Friedkin confeziona una delle pellicole più dissacratrici e rabbiose sulla famiglia, tratteggiandone una davvero ‘sui generis’, come se ne sono viste in pochi altri film, che batte di qualche punto anche quella di Onora il padre e la madre di Sidney Lumet. A fare da sfondo a questo ‘clan’ troviamo una ripugnante baracca che funge da ‘nido’ per il ben assortito gruppo di persone, un paesaggio urbano – il Texas?! – degradato e popolato da malavitosi dove – sarà una casualità? – piove con una frequenza allarmante: tutto concorre a creare un contesto alquanto allucinante, dove quasi appare normale che le relazioni umane siano stravolte ed innaturali e dunque un figlio possa progettare di sopprimere la propria madre con l’ausilio di un poliziotto/killer professionista, allo scopo di ereditare una somma di danaro e così far fronte ad un debito che rischia di costargli la vita. L’idea viene messa in pratica con molto versamento di sangue, violenza e sesso a volontà tanto da far impallidire i migliori lavori di Quentin Tarantino, al quale sembra quasi si voglia far riferimento in certi elementi tipici. Come in alcuni suoi film, infatti, ad un filo di distanza dalla scena più estrema scappa un sorriso che, lungi dallo svuotare di significato il messaggio, alleggerisce la tensione riportando la tragedia al mondo reale: tutto questo avviene in tempi perfetti ed il meccanismo della storia funziona come un orologio svizzero. Nello stesso meccanismo rientra anche il gruppo straordinario degli attori che il ‘direttore’ sa manovrare traendone stupefacenti risultati. A cominciare dal grandissimo Matthew McCounaghey che, abbandonati i panni del ‘bellone’ a buon mercato e deposti definitivamente i calici di spumante delle pubblicità, incarna in modo superbo la figura del killer senza scrupoli conferendogli una cattiveria tetra e ‘tutta d’un pezzo’ che neanche le scene più estreme, tra cui quella, imperdibile e destinata indubbiamente a divenire un ‘cult’, della coscia di pollo fritto, riescono ad incrinare. Grazie al testo assai ben riuscito ed all’atteggiamento genialmente rigido e ‘legnoso, McCounaghey fa ‘gocciolare’ con lentezza su di noi la sua ferocia, utilizzando con sapienza sguardi, movimenti, sorrisi. Accanto a lui, il resto del cast fa scintille: costretti ad interpretare alcuni fra i personaggi più repellenti e grotteschi mai visti al cinema, Emile Hirsch, Gina Gershon e Juno Temple riescono brillantemente a far parte di questo bizzarro universo privato di ogni etica. Nessuno, in effetti, si salva, neanche la ragazzina che, per quanto appaia fin dal principio come la vittima prescelta di un destino crudele, non compie alcun passo in direzione di una qualche salvezza che, palesemente, non è nei programmi di Friedkin. Il delirante finale, del quale la Temple è di fatto la protagonista, non giunge infatti al suo compimento, lasciando gli spettatori a chiedersi quale avrebbe dovuto essere la degna conclusione di questo spettacolo. Come dire che ad un certo tipo di male, purtroppo, non c’è soluzione e di questa triste verità non si sa se ridere o piangere.

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