“Prometheus” di Ridley Scott: in principio erano gli ingegneri

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Preceduto da infinite polemiche, ecco finalmente Prometheus, l’ultimo film di Ridley Scott che, a questo punto, ha dimostrato di essere completamente cambiato dai tempi in cui ‘attentò’ alla nostra sanità mentale con il suo Alien del 1979 o ci seppellì sotto una valanga di emozioni con il mitico  Blade Runner del 1982. Come è noto, comunque, la pellicola rappresenta il prequel di Alien del quale riprende il contesto, ma la famosa creatura che era centrale nel lavoro precedente ha un ruolo più limitato in Prometheus dove il nucleo della storia è invece la ricerca, da parte di un team di scienziati e navigatori, di quelli che sarebbero i progenitori del genere umano: il tema é quindi ampio e denso di ‘sostanza’ ed è del resto anticipato dal titolo. Chiamare in causa uno dei miti più affascinanti della classicità dà, per così dire, un valore aggiunto alla vicenda conferendole una profondità universale ed una specifica importanza per l’uomo. Ma siamo in un film di pura fantascienza e così viene organizzata la più canonica delle spedizioni di esplorazione, come conosciamo da tanti altri esempi del genere: di essa fanno parte, tra gli altri, una coppia di archeologi spinti all’azione solo ed esclusivamente dalla brama di sapere, una sorta di androide dotato di straordinarie capacità che dovranno essere sfruttate nel corso della missione mentre a capo del gruppo svetta una manager d’industria autoritaria e senza scrupoli. Il cast è di levatura pari al regista: l’audace archeologa ha il viso ed il corpo minuto ma forte di Noomi Rapace, che già avevamo imparato a conoscere nella versione svedese della trilogia di ‘Millennium’; l’androide é invece magistralmente interpretato da un freddo – ma non certo ‘robotico’ –  Michael Fassbender che, con un’abilità che gli è stata quasi unanimemente riconosciuta, riesce ad apparire umano ed artificiale allo stesso tempo, proprio come se, stando in bilico fra le due dimensioni, afferrasse e contenesse in sé la sostanza di entrambe. Infine il ruolo della crudele ed egoista responsabile della missione è impersonato da Charlize Theron, algida e distaccata fino alla crudeltà,  proiettata unicamente al raggiungimento dei suoi scopi che, ovviamente, non coincidono con le aspirazioni scientifiche del resto del gruppo. Ma gli interpreti non sono l’unico elemento inappuntabile della pellicola: le scenografie sono mirabili, così come, del resto, le locations scelte per le parti ambientate sulla terra; certe immagini girate in Scozia e Islanda sono destinate ad essere ricordate per la loro bellezza e mostrano l’impronta del grande regista. Per quanto riguarda l’aspetto puramente tecnico, poi, non ci sono parole per descrivere la spettacolarità degli effetti speciali ai quali, per altro, il 3D nulla aggiunge o toglie: non mi capitava dai tempi di Inception (http://www.versacrum.com/vs/2010/10/inception.html) di restare letteralmente abbagliata dalla straordinaria ‘magia’ del cinema, i cui limiti, per registi come Scott o Nolan, sembrano destinati ad essere infranti.

A questo punto non resta che spiegare che cosa, a mio avviso, non ha funzionato. Prometheus è, in verità, più un’opera di tecnica che di ‘sostanza’: ciò che ha fatto del primo Alien, come pure di Blade Runner, i capolavori che sono non era certo soltanto la perizia nell’allestimento ma soprattutto la ‘vita’ ed il fascino che i personaggi sapevano emanare. Nonostante il regista abbia nel complesso rispettato il suo ‘canone’, cioè porre nelle posizioni  chiave delle figure femminili forti e determinate, Noomi Rapace non sa essere alla pari con la Ellen Ripley di Sigourney Weaver: quest’ultima, infatti, instancabile nel suo istinto di sopravvivenza, incrollabile nella difesa della propria umanità, praticamente ‘grondava’ carisma ad ogni passo; l’altra, seppur abile, rimane onestamente più ‘sbiadita’. La Theron, diversamente da altri film, in questo ruolo ha una varietà molto limitata di espressioni, il che rende il suo personaggio tutto sommato povero di sfumature. L’unico che si fa davvero onore è il nuovo ‘mostro’ della recitazione cinematografica, Michael Fassbender: la sua diversità resta ‘indefinita’ ma emerge in singoli ‘picchi’ drammatici che lo portano molto vicino alle vette raggiunte da Rutger Hauer, il replicante di Blade Runner. Tutti gli interpreti risentono comunque della sceneggiatura – firmata peraltro da due vecchie volpi come Spaihts e Lindelof  – che appare un po’ debole in vari punti; infatti, per quanto la storia non manchi di azione con i relativi colpi di scena e nonostante il tema del rapporto/scontro con i ‘padri’ offrisse di per sé infinite possibilità di sviluppo non è facile arrivare alla risposta di quello che dovrebbe essere l’interrogativo esistenziale alla base dell’opera: la ragione, oltre ad intrinseche imperfezioni dello script, è certo legata anche al fatto che il finale sia stato concepito in partenza in modo ‘aperto’, cioè con il presupposto che dopo il primo ci saranno altri Prometheus. Accade così che vari dubbi non vengano mai risolti e qualche passaggio di quelli più forti appaia quasi finalizzato a scatenare il batticuore e non centrale nella narrazione. Ma questi difetti non riescono a compromettere il piacere che la visione di un’opera così grandiosa e spettacolare può dare: per questo motivo mi sento di consigliare Prometheus a chiunque abbia voglia di trascorrere due ore assolutamente emozionanti.

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